5 Ottobre, 2022

Intervista ad Antonio Calafati, economista

Tempo di lettura: 6 minuti

Matteo D’Ambros: 

Il legislatore nazionale sta mettendo mano alla riorganizzazione delle concessioni demaniali marittime. È probabile che l’applicazione della Direttiva 2006/123/CE, la cosiddetta Bolkenstein, produca delle trasfomazioni importanti. È possibile tracciare uno scenario dal punto di vista dell’economista? Cosa ne pensi? 

Antonio Calafati: 

La prima cosa da dire è che gli arenili sono un capitale pubblico dove sono incastonate delle infrastrutture artificiali che non sono pubbliche bensì private – realizzate con l’autorizzazione dallo Stato. Queste infrastrutture sono un tutt’uno con gli arenili – che hanno lo status di capitale naturale. Non è difficile trovare un economista pronto ad affermare che è semplice risolvere la situazione. Direbbe che  “ci saranno dei tempi di ammortamento per il capitale privato da valutare” oppure “che si potrà riscattare il capitale artificiale privato”. Ma le cose non stanno così. È chiaro che siamo di fronte a una situazione anomala e complessa. Il capitale artificiale privato (gli stabilimenti, gli attrezzi e il resto e il capitale naturale (arenili) sono inseparabili – o separabili con costi enormi.

MD

La direttiva europea che liberalizza l’esercizio delle attività economiche non fa riferimento a una programmazione e non si preoccupa di dare soluzioni a questa anomalia che tu rilevi.

AC

Qui emerge l’assenza di progetto. Da parte del legislatore probabilmente non vi è una chiara percezione di quanto variegate siano le casistiche da affrontare e di come funzionino le diverse realtà. Il rischio è che tutto venga banalizzato, e si proceda come se nulla fosse.

MD

Pensi si saranno controversie?

AC

La prima controversia sarà legata all’impossibilità far cessare d’imperio l’attività economica delle imprese private che utilizzano il capitale pubblico – dato in concessione dallo Stato stesso. L’Italia fino a oggi non ha fatto nulla per prepararsi a un intervento così invasivo sulle attività private, perché riteneva che nulla potesse cambiare rispetto alla situazione attuale. A questo punto, procedendo in questa direzione, è da ipotizzare che lo Stato sia consapevole della situazione e sia disposto a entrare in numero infinito di controversie giuridiche.

MD

La discussione riguarda anche il valore e i prezzi delle concessioni demaniali marittime.

AC

L’adeguamento dei costi delle concessioni dipendono in definitiva dalla proprietà. Quindi dallo Stato. Si tratterebbe di mettere in movimento un processo di revisione che produca immediatamente un aumento delle entrate nel bilancio pubblico attraverso un equo aumento del valore delle concessioni. Personalmente sono a favore di una revisione del prezzo delle concessioni. Ricordiamoci però che questo è un tema generale, dal prezzo delle concessioni all’uso degli spazi pubblici a quello delle riserve di acqua minerale – che attualmente sono irrisorie. 

MD

Quindi di fatto il valore del bene deve essere posto come vincolo.

AC

Tutta la tradizione economica insegna che il valore di una risorsa o di un bene si può stabilire anche senza mercato, attraverso una negoziazione bilaterale. Ci sono molti prezzi che sono ‘prezzi amministrati’ nelle economie. Ci sono sempre stati. Ad esempio: chi e come stabilisce il prezzo dei servizi sanitari? Oppure: chi fissa il valore delle tasse universitarie? Non vedo dove sarebbe il problema nello stabilire il valore delle concessioni demaniali lungo la stesse linee. Sarebbe così semplice. L’ ostinazione del Governo italiano a introdurre il ‘mercato competitivo’ in questa sfera è difficile da comprendere. Quali basi razionali ha? Credo sia solo ideologia.

MD

Seguendo il tuo ragionamento aggiungo un elemento. Le realtà imprenditoriali e le infrastutture costruite nel tempo sulle spiagge fanno oramai anche parte dello spazio urbano. Sono pezzi di città. Inevitabile è riflettere sulla loro rilevanza in rapporto ai servizi che offrono alla città e allo spazio pubblico che generano. Gli stessi operatori quindi avrebbero tutto il vantaggio affinchè le prestazioni in questi ambiti urbani fossero più elevate possibile e le concessioni stesse venissero maggiormente integrate nello spazio urbano. Inoltre, è da tenere conto di un altro fattore importante. Le coste sono sotto stress dal punto di vista ambientale ed ecologico. È ineludibile mettere in sicurezza lo strato di costa che non è solamente identificabile con la battigia, con la spiaggia, e, in quanto parte del demanio marittimo, sono da includere anche gli specchi di mare, pertinenza delle concessioni. Il problema è complesso. Nei prossimi anni dovremo spendere molto per integrare queste realtà e salvaguardare le coste? Cosa ne pensi? Questa forse potrebbe essere l’occasione per riflettere anche su queste emergenze?

AC

Tu hai perfettamente ragione. Quello che sto cercando di dire è che c’è da mettere in movimento una riflessione culturale ampia e integrata, che declini la complessità del tema. La cultura economica egemone è riduzionista e incapace di dare un significato a quello che tu hai appena descritto. Molte città lungo la costa delle Marche, dove sono cresciuto e dove ancora vivo, si trovano di fatto ad affrontare le questioni che tu menzionavi pocanzi. Penso a esempio a un importante centro turistico internazionale come Senigallia, o a una situazione come Porto Sant’Elpidio, oppure al sistema San Benedetto-Grottammare, che hanno esattamente le caratteristiche che descrivevi. Ma anche molte città storiche in Europa che si affacciano sul Mare del Nord o sulla Manica hanno questa natura. C’è il fronte della città che si affaccia sul mare, che ha la natura di un fronte urbano. Negli spazi che bordano la costa troviamo sistemi infrastrutturali leggeri, caratterizzati da percorsi pedonali e piste ciclabili, assieme altri servizi – ristoranti, bar, piccole attrezzature sportive e per il loisir – che sono un tutt’uno con la città. Il rischio è che gestendo l’arenile come un elemento a sé del capitale pubblico, lo si ‘separi’ dalla città. Quando invece è totalmente incastonato nel sistema insediativo e nell’ecosistema marino. Non è possibile immaginare di affrontare l’argomento circoscrivendo la discussione in una porzione di spazio così limitata. Come non affrontare il tema dell’innalzamento dei mari, della qualità dell’acqua e del rapporto che questi luoghi hanno con la città? Poi ci sono anche altre questioni. Comunque, la superficialità con la quale il Governo sta affrontando questa questione lascia senza parole – anche se da una cultura economica che ha fatto del riduzionismo esasperato la sua cifra c’era d’aspettarselo. 

MD

Come si fa allora a valorizzare l’interesse pubblico e l’interesse privato nello stesso tempo? È possibile una collaborazione tenendo conto che in molti casi in questi spazi nel tempo è stato depositato un importante capitale fisso sociale. Quale tipo di collaborazione vedi possibile?

AC

Ma non è difficile. Oggi c’è molto capitale pubblico a sostegno dell’attività di fruizione degli arenili, quindi sarebbe giusto,  nel fissare il valore economico della concessione, considerare i benefici di cui oggi i concessionari godono. Le opere di sistemazione già fatte, gli standard sostanzialmente, sono state e sono a carico della collettività. Cinquanta anni fa vicino alle spiagge non c’era niente. Fino a un recente passato non c’era molto sul lungomare marchigiano. Oggi frequentando ancora questi luoghi riconosco uno spazio in cui il rapporto con la città è stato declinato – lasciamo da parte la qualità architettonica e morfologica, che è un altro tema. Se, ad esempio, si realizza una pista ciclabile lungo la costa – come è il caso della  ciclovia turistica dell’Adriatico – il valore del capitale pubblico (demaniale) aumenta. Sono benefici che le imprese private concessionari ricevono. Devono entrare nel calcolo del valore della concessione. Un tempo le spiagge non erano luoghi della ricreazione se non in estate, naturalmente. Oggi entrano nelle pratiche ricreative e sportive invernali. Un cambiamento profondo. In molti casi i litorali sono stati ‘incorporati’ dalla città, proprio come conseguenza della riqualificazione degli spazi pubblici che connettono il sistema insediativo con l’arenile. C’è bisogno di un progetto integrato, complesso – e stiamo invece a discutere di come gestire in una logica di mercato competitivo frammenti di città,  che non sono separabili dal sistema insediativo di cui fanno parte. La costa italiana è la più fragile, la più estesa e la più sofisticata d’Europa. Si meriterebbe un grande progetto coerente con i temi della transizione ecologica e sociale.

Antonio Calafati, Matteo D'Ambros
Antonio Calafati, Matteo D'Ambros
Antonio Calafati: Economista, ha svolto attività di insegnamento e ricerca dal 1982 al 2013 principalmente nella Facoltà di Economia “Giorgio Fuà” (Ancona). Ha inoltre insegnato all’Università di Macerata, “Friedrich Schiller” di Jena e all’Accademia di architettura di Mendrisio. Dal 2013 al 2016 ha coordinato l’International Doctoral Programme in Urban Studies del Gran Sasso Science Institute (L’Aquila). Come consulente nel campo della progettazione di politiche pubbliche dalla fine degli anni Ottanta ha lavorato per l’Ocse, la Commissione Europea, il Governo italiano, la Banca Europea degli Investimenti, la Regione Marche e altri enti pubblici.*Matteo D'Ambros: Architetto, PhD in urbanistica, insegna al Politecnico di Torino e all’Università Iuav di Venezia. Il suo percorso di ricerca e di lavoro si articola negli ambiti del progetto urbano e del paesaggio, con particolare attenzione alle trasformazioni, il riuso e la manutenzione degli spazi aperti. Nel 2016 ha co-curato la mostra "Up! Marghera on stage" alla XV Biennale Internazionale di Architettura di Venezia per l’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Venezia. È co-fondatore del gruppo di azione ambientale Ground Action.

Articoli correlati

Digitalizzazione, aree marginali e nuove geografie del lavoro: oltre le (anti)retoriche

Il paradigma della smartness e dell’infrastrutturazione tecnologica è mobilitato nelle politiche europee come strategia onnicomprensiva di superamento dei divari, valutando come il “diritto alla connessione” si intersechi con nuovi flussi e reti delle geografie del lavoro in Italia, ridisegnate dal massiccio ricorso al lavoro da remoto durante la pandemia da Covid-19. In particolare, si valuta come, sul piano delle politiche, la digitalizzazione sia sempre più intesa non tanto come infrastrutturazione tecnologica ma catalizzatrice di processi di innovazione basati sul capitale umano.

Southworking, lavoro a distanza e nuovi luoghi del lavoro pubblici in Italia

La pubblica amministrazione ha adottato tre politiche a supporto degli spazi di coworking in Italia: le politiche del lavoro, di innovazione sociale e di sviluppo locale. La pandemia ha innescato una nuova domanda di spazi di lavoro pubblici sulla stregua delle esperienze di successo nel nord Europa. Privati cittadini hanno promosso la costituzione di ‘presidi di comunità’ ottenendo un sostegno pubblico. In questo contesto si inserisce l’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” che studia e monitora i presidi di comunità come luoghi in cui stimolare l’ecosistema creativo locale e instaurare un fertile rapporto tra la comunità dei south worker e le comunità locali.

Un intervento sulla propensione al South Working 

L’articolo analizza il fenomeno del south working che si è intensificato nel periodo di pandemia Covid-19 e descrive i risultati del contributo Di Matteo et al. (2021) sulla propensione dei lavoratori palermitani (dipendenti e autonomi) fuori regione a lavorare dal Sud (south working). L’analisi si avvale dell’indagine promossa a partire dal giugno 2020 dall’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” a cui hanno risposto 650 lavoratori originari di Palermo. L’analisi empirica mostra che le motivazioni in favore del south working, da parte di coloro i quali prima della pandemia da Covid-19 avevano già una certa familiarità con il lavoro a distanza, possono essere ricondotte al genere (uomo vs. donna), status coniugale (essere in una relazione vs. single), grado di istruzione (alto vs. medio-basso) e tipo di impiego (lavoratori autonomi vs. dipendenti).

Flessibilità geografica del lavoro e politica della produzione: il South working e il ruolo della regolazione

La situazione emergenziale dettata dal Covid-19 ha posto numerosi lavoratori e datori di lavoro dinanzi alla possibilità di superare la tradizionale visione della prestazione del lavoro, contemplando non soltanto la flessibilità di natura oraria ma anche quella geografica. Nello scenario post-pandemico, questa tendenza continua a sollecitare riflessioni importanti, ad esempio sulle disuguaglianze o sul ruolo della regolazione quale tematica prescelta per il presente contributo: attraverso un più ampio spettro di attori, la regolazione può svolgere un ruolo importante affinché il lavoro da remoto e dal Sud sia un fenomeno (ancora) possibile ed equo al tempo stesso.

South Working. Per un futuro del lavoro agile in Italia

Il fenomeno del «South Working» presenta grandi possibilità, limiti per cui servono politiche e strumenti per promuovere e rendere sostenibile il futuro del mondo del lavoro. In particolare, un’attenzione particolare deve essere rivolta ai «presidi di comunità», luoghi polifunzionali, di collaborazione e mutualismo messi in rete dall’associazione South Working - Lavorare dal Sud.