22 Febbraio, 2024

Se un paese cerca una strada, tra economia paziente, spopolamento ed energie da non sprecare. 

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Cosa può fare una comunità del Mezzogiorno, in una provincia appena insignita da il Sole24Ore dell’ultima posizione in Italia per qualità della vita e che perde ogni anno 70 abitanti, passando dai 7.293 del 2014 ai 5.816 previsti nel 2040, con un’età media prevista superiore ai 50 anni e solo il 10% di under 14? Innanzitutto, cercare di capire e ragionare su quello che accade e come affrontarlo, e sperabilmente invertirlo, senza velleitarismi, slogan e aspettative irrealistiche. 

Una riflessione collettiva sul destino di una comunità del subappennino da uno, Troia, si è svolta la scorsa settimana su iniziativa di un’associazione, “Nuovamente Troia”, che raccoglie un gruppo di esponenti di quella borghesia delle professioni che per troppo tempo ha disertato la partecipazione al governo della cosa pubblica, soprattutto nei piccoli centri. 

Sono stato chiamato a discutere di futuro, energie e progettualità da mettere in circolo per fermare l’emorragia di persone e valore dai piccoli paesi del subappennino insieme a Gianfilippo Mignogna, sindaco di Biccari al terzo mandato (fu eletto la prima volta a 29 anni) e uno di quegli amministratori locali con il dono di convogliare le energie di una comunità in progetti senza disperdere nemmeno la più piccola scintilla.  

Questo angolo di Mezzogiorno è paradigmatico di quei territori della provincia italiana che stanno perdendo la partita contro quella che nel mio libro “L’eccellenza non basta. L’economia paziente che serve all’Italia”, che si presentava insieme al libro “Ospitare fa bene” di Mignogna, chiamo “l’economia furiosa”. “Furiosa” è l’accelerazione violenta di fenomeni geopolitici, economici, sociali, tecnologici, globali ed estremi, a fronte dei quali le comunità locali e in definitiva la gran parte del Paese, sono vasi sempre più di coccio. 

Le comunità locali soffrono le conseguenze da decenni la smaterializzazione delle determinanti della creazione di valore, capitali, competenze e persone, che abbandonano i piccoli centri per concentrarsi dove c’è agglomerazione di risorse, servizi, opportunità, ovvero nelle poche città italiane che crescono se non oltre confine. Fenomeni della lunga durata, che negli ultimi anni hanno conosciuto un’accelerazione bruciante. Luoghi in partenza poco densi e più statici, con economie che hanno perso come sistemi ogni sfida competitiva, si ritrovano oggi a fare i conti con comunità che si rimpiccioliscono e invecchiano, giovani che vanno via per studiare (con i sistemi locali dell’istruzione universitaria sempre meno attrattivi) e non tornano, case di famiglia nei centri storici che valgono assai meno di un box a Milano. Anche perché la borghesia di questi luoghi, di tutta la provincia italiana, ha troppo spesso scommesso contro i luoghi stessi, a partire dall’allocazione degli investimenti, fossero anche solo l’acquisto della casa ai figli con i soldi della liquidazione, che seguiva le persone verso Nord. 

Per lungo tempo, queste fragilità strutturali e oggi ingravescenti sono state coperte dal belletto di un sistema produttivo che funzionava, innanzitutto in virtù dei suoi best performer, le “eccellenze”, stupefacenti per qualità, innovatività e varietà dimensionale e settoriale. Se l’Italia, in particolare nella sua provincia, aveva dato e dava continuamente i natali a tutte queste eccellenze si ragionava, la situazione non poteva essere poi così grave: la nave andava. Oggi, quella stessa nave si è notevolmente ristretta e infragilita, proprio mentre i mari della competizione globale si sono fatti via via più procellosi. 

Le eccellenze, territoriali, turistiche e produttive, hanno imboccato percorsi competitivi che le portano a guardare sempre più fuori dai propri confini, e certamente fuori da quella provincia che le ha generate, per gran parte delle risorse fondamentali: competenze, capitali, mercati. Ciò rappresenta una buona notizia per le eccellenze stesse, libere di crescere, ma certamente configura un rischio sistemico: per i grandi brand del lusso, che ancora investono nelle straordinarie competenze degli artigiani italiani (che fanno fatica a reperire), vi sono settori industriali, come l’automotive, che stanno applicando la geopolitica spietata della competizione territoriale e delocalizzano la produzione fuori dai nostri confini. 

Ancora più grave è però il rallentamento evidente del tasso di riproduzione delle eccellenze: un paese più anziano e stanco investe meno, prova meno, privilegia la rendita al rischio. Anche l’impulso alla creazione di un ecosistema di start up non è riuscito, né sarebbe stato realistico pensarlo, a rivitalizzare un sistema produttivo costruito sugli animal spirits e sul “mestiere”, valori ed energie oggi sopite. 

Che fare? Ogni suggestione di uscire dalle secche presenti con un Grande Piano è tendenzialmente velleitaria, come dimostra l’impasse sul PNRR, che non è politica, ma strutturale. Guardando ai piccoli centri in declino, ma vale anche altrove, essendosi purtroppo la linea della palma del declino vieppiù estesa oltre le aree interne, bisogna continuare a provare, non disperdendo la benché minima energia, argine fondamentale allo scoramento che è il vero nemico.  

È quello che nel mio libro chiamo “economia paziente”, che non pretende illusoriamente di guerreggiare con “l’economia furiosa” e vista l’impossibilità del compito finisce per non fare nulla, ma lavora per risolvere al meglio possibile i problemi che ci sono utilizzando creativamente le risorse che ci sono.  

Il lavoro di Gianfilippo Mignogna a Biccari è un esempio preclaro di economia paziente: evocazione e valorizzazione di ogni asset possibile, sostenuto da una non comune capacità amministrativa, per ottenere risultati di stabilizzazione e sviluppo. Si parla di una tipica comunità delle aree interne italiane, in zona montagnosa, più distante dal capoluogo rispetto a Troia e con una cattiva rete viaria, 2600 abitanti, età media elevata. Pochissime risorse, ma anche dimensioni sufficientemente contenute da rendere anche la più piccola azione significativa.  

La valorizzazione turistica, ad esempio, è stata fatta a partire dalla principale risorsa esistente, il bosco del monte Cornacchia, il più alto della Puglia, con la realizzazione di un parco avventura e la realizzazione di ricettività “creativa” che mancava al Sud, come le bubble room e le case sugli alberi. Nulla di travolgente, forse, ma in grado di far diventare Biccari attrazione turistica per un’isocrona di due ore, e di creare lavoro (si è costituita una cooperativa di comunità) e valore sul territorio.  

Ancora più paradigmatico e interessante è stato il lavoro di valorizzazione del patrimonio immobiliare abbandonato nel centro storico. Si è partiti dalle “case a 1 euro” per approdare alla vendita a prezzi superiori, investendo però creativamente nella ricerca internazionali di possibili aficionados, lavorando sul concetto molto digitale di “coda lunga”.  

Biccari e le sue case in vendita sono comparsi infatti per un mese negli Stati Uniti sul sito della CNN, generando oltre 20.000 e-mail di persone interessate, che sono state selezionate e hanno già portato alla vendita di 40 case, che ha significato rigenerazione urbana, lavoro e creazione di una comunità molto diversa di neo-residenti, tra i quali spiccano gli argentini di origine italiana.  

Fenomeno carsico e pochissimo raccontato, l’immigrazione in Italia di italo argentini di terza generazione, alcuni alla ricerca solo di un passaporto europeo che spenderanno altrove, altri più disponibili a restare, potrebbe rappresentare un asset importante per tutto il paese e le sue piccole comunità. Sono giovani, con grande disponibilità ad integrarsi e buone competenze, tutto quello che manca al nostro Paese.  

Biccari ha attivato la succursale di una delle associazioni più importante che accolgono gli argentini in Italia e offrono loro destinazioni e servizi e l’anagrafe comunale ha sviluppato un servizio apposito per le pratiche burocratiche legate alla cittadinanza (non c’è infatti il vincolo di tornare a risiedere nel comune degli avi). Anche lo choc culturale di una cameriera argentina ai tavoli di un bar di paese è in fondo una puntura di spillo importante, perché scuote una comunità dal torpore depressivo del “nulla può cambiare”. 

L’economia paziente applicata ai piccoli centri in decadenza è dunque in nuce l’accettazione positiva del lavoro di lima per accendere e tenere in vita fiammelle di energia e potenzialità che contrastano destini di decadenza altrimenti segnati. Non è solo altruismo: depurandoci dalla retorica tossica delle eccellenze che possono fare da sole, è di palmare evidenza che la convivenza tra territori e imprese eccellenti e in declino non faccia bene a nessuno dei due, nemmeno a chi è più forte. 

Sostenere l’economia paziente delle aree più marginali, apportando competenze ancor prima di risorse (oggi disponibili in misura ben maggiore alle capacità di spesa), relazioni ed energie è dunque un interesse nazionale prioritario, caposaldo di una visione non miope e provinciale dello sviluppo. Gli esempi ci sono, ora serve imitarli. 

Ulteriori approfondimenti

Paolo Manfredi, “L’eccellenza non basta. L’economia paziente che serve all’Italia” (Milano, Egea, 2023)

Gianfilippo Mignogna, “Ospitare fa bene. Economie di luogo, accoglienza e turismo in un paese di un’area interna” (Youcanprint, 2023)

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