Il concetto di sostenibilità urbana, come ampiamente discusso soprattutto nella letteratura su ecologia politica e giustizia ambientale e sociale, è da una parte politicamente molto efficace, dall’altra ricco di conflitti e contraddizioni. A livello globale, la sostenibilità è diventata concetto e obiettivo dominante di politiche urbane ed è spesso usata come strumento di place branding per attrarre investimenti ed accrescere la competitività economica al livello internazionale. Attraverso il caso di Oslo, più volte riconosciuta come esempio internazionale di città “green” e sostenibile, in questo breve contributo si esplora come la prioritizzazione della retorica ambientale abbia trascurato diversi aspetti di sostenibilità sociale, in particolare in termini di accesso alla casa.
Come conseguenza dei fenomeni di accentramento di opportunità e finanziarizzazione della casa, il tema dell’accesso all’abitazione nei contesti urbani più dinamici è tornato rilevante insieme al problema dell’housing affordability – l’insostenibilità dei costi abitativi.
Durante la pandemia, il settore del turismo ha vissuto tre fasi: il fermo improvviso, poi un breve periodo nel quale ha considerato il lockdown come un’opportunità per riformarsi in maniera sostenibile, ed infine la ripartenza tornando a correre più veloce di prima, con un impatto spesso pesante e disomogeneo sui territori turistici. Oggi, al settore turistico italiano manca ancora quella capacità di governo e di coordinamento delle destinazioni che la complessità del prodotto turistico rende necessaria.
La letteratura contemporanea in materia di urbanistica e di architettura mostra numerosi casi di beni dismessi, tuttavia, è poca l’attenzione rivolta ai metodi gestionali adottati, alle qualità e alle contraddizioni. Questa ricerca, a partire dallo studio di casi Europei, si domanda in che modo sia possibile trasformare queste realtà in ecosistemi dinamici e sostenibili.
Gli studi sulla regionalizzazione delle catene globali del valore segnalano una riconfigurazione delle filiere produttive evidenziando la tendenza a una rilocalizzazione dei processi produttivi a ridosso dei mercati di destinazione. In questo scenario, le principali aree metropolitane a livello internazionale vedono crescere il numero e l’importanza di artigiani qualificati e piccoli produttori high tech capaci di combinare un saper fare di tipo tradizionale con le opportunità offerte dalle nuove tecnologie 4.0. Il loro radicamento urbano contribuisce al consolidamento di “lavori buoni” in contesti altrimenti caratterizzati da forti polarizzazioni di tipo economico e sociale.
In Italia circa 9,6 milioni di abitazioni risultano non occupate, oltre un quarto del patrimonio residenziale. Il fenomeno è particolarmente concentrato nelle aree interne e montane, dove spopolamento, crisi del turismo, costi di ristrutturazione superiori al valore di mercato e successioni ereditarie complesse contribuiscono all’abbandono del patrimonio edilizio. Le case vuote riflettono trasformazioni demografiche, sociali ed economiche profonde, che hanno determinato una crescente sovrabbondanza dello stock abitativo rispetto alla domanda e reso obsoleta una parte del patrimonio esistente.
Un paese della Puglia riflette su come contrastare fenomeni di spopolamento ormai comuni a tanta parte dell’Italia, si misura con un paese vicino, caso di successo di quella che Paolo Manfredi nel suo libro “L’eccellenza non basta” chiama “economia paziente”. Il contrasto allo smottamento demografico, economico e immobiliare di tanta parte delle aree interne non si risolve con Grandi Piani, ma con un paziente lavoro di coltivazione e accompagnamento di progettualità ed energie sparute e sopite, senza sprecare nulla, perché anche piccoli progetti possono avere impatti significativi.
Il progetto “Valli Resilienti”, cofinanziato da Fondazione Cariplo nell’ambito del programma “AttivAree” (2016-2019), si è proposto di promuovere lo sviluppo locale con un approccio intersettoriale volto a potenziare le risorse ambientali, economiche, sociali e culturali, nonché i legami di collaborazione, solidarietà e accoglienza dei territori della Valle Trompia e della Valle Sabbia. Le attività, guidate dalla Comunità Montana di Valle Trompia e sviluppate da un ampio partenariato costituito da enti istituzionali e del terzo settore, hanno cercato di stimolare la rigenerazione del territorio favorendo la sinergia tra le varie realtà identitarie locali.
Le trasformazioni demografiche in atto in Italia hanno già, e avranno in un futuro molto vicino, importanti ricadute sulla coesione sociale. Richiedono attente valutazioni nel campo delle politiche di welfare e percorsi sperimentali da avviare in tempi rapidi. Perché non iniziare dai contesti territoriali in cui la presenza umana si è ridotta più marcatamente, nelle aree interne contrassegnate dalla rarefazione demografica? Servono un approccio place based e uno sguardo che fa del margine un osservatorio privilegiato per l’analisi di questioni che riguardano l’intero Paese.
Le aree interne italiane si trovano al centro di una contraddizione: considerate marginali dal nuovo PSNAI, mostrano invece segnali concreti di vitalità e innovazione. Non è il territorio a essere fragile, ma le politiche che lo attraversano. In opposizione a visioni tecnocratiche e assistenziali, emergono pratiche di rigenerazione fondate su comunità attive, governance plurale e nuovi modelli istituzionali capaci di generare sviluppo dal basso. La sfida è passare dal governo dei fondi alla governance delle comunità.