1 Dicembre, 2022

(Post) Covid: Quali cambiamenti per le città e i territori?

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Nel mezzo della pandemia un adagio spesso ripreso nella conversazione pubblica recitava che ne saremmo usciti migliori. Abbiamo considerato la crisi sanitaria come possibile agente di cambiamento in grado di orientare in modo originale i comportamenti collettivi, auspicabilmente in meglio. La pandemia non è ancora terminata, ma è già possibile un primo bilancio di quanto lo shock subìto ci abbia trasformati. (1)

I mutamenti, radicali e repentini, non sono stati pochi. A molti lavoratori è stato detto di restare a casa e di sperimentare il telelavoro. Famiglie e imprese hanno effettuato acquisti non più nei luoghi fisici del commercio, ma sulle piattaforme del commercio elettronico. Le nostre città si sono svuotate di turisti e visitatori. È stato detto che avremmo abbandonato le metropoli per ritrovare l’agio dei piccoli centri e dei borghi. Un primo bilancio, pur parziale, non poteva prescindere dunque da questi ambiti della vita sociale ed economica: il lavoro, il commercio, il turismo e il mercato immobiliare.

Tre ipotesi sono state alla base delle indagini di cui di seguito restituiamo gli esiti. La prima: la pandemia ha trasformato i nostri comportamenti, ha determinato un cambiamento nel modo in cui organizziamo produzione e consumo in determinati mercati. La seconda: la pandemia ha semplicemente determinato una sospensione delle tendenze presenti in attesa di una nuova condizione di normalità. Infine: la pandemia ha accelerato processi già in atto imponendo un apprendimento più celere lungo direzioni da tempo delineate.

Per due dei quattro ambiti considerati l’effetto prevalente è stato quello dell’accelerazione. L’organizzazione del lavoro è stata potentemente attraversata dalla digitalizzazione degli incontri. Riunioni virtuali e presentazioni a distanza hanno punteggiato le esistenze soprattutto di chi lavora nei comparti dell’economia della conoscenza, caratterizzati da una superiore autonomia dei lavoratori rispetto all’azienda o all’istituzione. Il lavoro a distanza, in tutte le sue declinazioni, è stato scoperto proprio in questa occasione – con un passaggio da 570mila lavoratori nel 2019 a 6,58 milioni nel 2020 – e ha rappresentato un elemento di innovazione che in molti casi ha rivelato benefici inattesi per individui e comunità (tra gli altri: riduzione della mobilità, più tempo per la cura familiare). Non solo. Il lavoro a distanza ha anche accelerato pratiche e processi prima limitati a gruppi esigui: come evidenzia Carolina Pacchi, bi e multi-residenzialità in luoghi prossimi e remoti, ibridazione tra il tempo del lavoro e della vacanza, part-time che permettono una nuova organizzazione della vita.

Il nodo è ora rappresentato da come una simile accelerazione possa essere metabolizzata da un sistema di imprese per loro natura poco inclini a immaginare il lavoratore separato dal luogo fisico in cui ha sede la vita dell’organizzazione. All’accelerazione forzata delle pratiche non ha corrisposto un adeguamento da parte di istituzioni e imprese. Ritornare alla casella di partenza pre-pandemica non appare né ragionevole, né fattibile. Un bilancio e un percorso di istituzionalizzazione si rivelano doverosi, come sottolinea Ilaria Mariotti, per capitalizzare al meglio ciò che questa fase di improvvisa sperimentazione ci ha lasciato.

La pandemia ha poi accelerato il percorso di trasformazione del commercio verso una dimensione più digitale e meno fisica degli scambi. Il nostro Paese ha appreso le opportunità degli scambi on line la cui crescita è stata di gran lunga più robusta della crescita economica. L’e-commerce B2c, business to consumer, è cresciuto nel 2020 raggiungendo la soglia di oltre 28 milioni di consumatori on line, con importanti avanzamenti in mercati prima presidiati dai soli canali fisici come quello, ad esempio, dei beni di largo consumo (+84% nel 2020 rispetto al 2019, e +37,5% rispetto al 2020). Pur con tassi di crescita importanti, tuttavia, la quota del nostro e-commerce B2c resta indietro a quella del Regno Unito, di Francia e Germania (10% contro rispettivamente il 31, il 15 e il 13%). (2)

Resta da considerare come ora si comporteranno i consumatori, ma certo le percentuali degli altri paesi europei permettono di ipotizzare non solo la stabilizzazione di queste percentuali, ma anche la loro crescita e il loro allineamento rispetto ai principali partner europei.

Con evidenti riflessi sulla vita delle nostre città, la relazione tra canali tradizionali e digitali rappresenta una delle sfide più interessanti in questa fase, con risvolti non solo legati alle nuove filiere dell’approvvigionamento (basti considerare il ruolo della logistica urbana), ma anche ad aspetti poco considerati – lo ricorda Luca Tamini – come l’uso e l’occupazione dello spazio pubblico, generosamente concesso nella fase pandemica in particolare alle attività di ristorazione e consumo.

L’immagine dei nostri centri storici popolati da radi residenti ha lasciato prontamente il passo al ritorno del turismo di massa nelle forme e nei numeri della fase pre-pandemica. Paolo Figini riporta dati che indicano come il turismo, dopo la brutale fase di arresto, abbia ritrovato i trend del passato. La pandemia ha in questo caso sospeso, solo temporaneamente, tendenze che appaiono strutturali e solo modestamente scalfibili.

L’opportunità di una diversa gestione delle destinazioni e di una più ampia distribuzione dei benefici generati dal comparto è stata messa da parte in favore di un ritorno alla situazione precedente alla pandemia, lasciando insoluti alcuni aspetti che potevano essere nuovamente indirizzati verso obiettivi di superiore sostenibilità (primo fra tutti quello dell’impronta CO2 che resta un aspetto critico del comparto).

Sospensione è la parola chiave per comprendere, con tutta probabilità, le tendenze del mercato immobiliare. I dati presentati da Eleonora Righetto evidenziano come alcuni processi di concentrazione permangono a dispetto dello shock pandemico. Milano non è stata abbandonata e il mercato immobiliare del capoluogo lombardo conferma processi di concentrazione della popolazione che contraddistinguono il nostro Paese da un decennio. Ancora, la migrazione inversa legata al ritorno nelle città del sud – il south working – non trova riscontro nei numeri che, pur parziali, non sembrano evidenziare una nuova domanda emergente conseguenza di rinnovate scelte residenziali e lavorative.

Certamente più digitali nel lavoro e nei consumi, gli italiani si scoprono poco o nulla cambiati rispetto alla fase pre-pandemica per altri importanti aspetti della vita: i primi (e parziali) numeri della ritrovata normalità raccontano un presente forse migliore, ma certamente non discontinuo rispetto al recente passato.

Ulteriori approfondimenti

  • (1) La rivista DiTe ha organizzato, nell’ambito dell’ultima conferenza dell’AISRe svoltasi a Milano nel settembre di quest’anno, una sessione dedicata a come l’economia e la società italiana fossero uscite dalla pandemia. Gli articoli di questo numero riprendono i contributi di quell’incontro e ne restituiscono una versione debitamente aggiornata.
  • (2) Politecnico di Milano, Osservatori.net digital innovation (2021), Il futuro del Retail ha inizio qui, Osservatorio eCommerce B2c
Ezio Micelli
Ezio Micelli
Professore ordinario di Estimo all’Università Iuav di Venezia, da anni svolge attività di ricerca incentrata sull’analisi e sulle politiche relative ai mercati immobiliari e fondiari e sui temi legati alla valutazione di piani e progetti, con particolare attenzione alla relazioni tra pubblico e privato nella gestione innovativa degli strumenti urbanistici. Su tali temi di ricerca ha pubblicato in numerosi saggi e per riviste nazionali e internazionali. Ha collaborato a diversi progetti (fra gli altri, al Piano di Governo del Territorio di Milano e al Piano Strutturale di Bologna). È stato Assessore all’Urbanistica del Comune di Venezia ed è stato membro del gruppo di lavoro Rinnovo Urbano del Ministero delle Infrastrutture e Trasporti per la riforma della legge nazionale urbanistica.

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