5 Ottobre, 2022

Dalle caserme verdi, un approccio per la prossimità urbana

Tempo di lettura: 5 minuti

Il processo economico, dalla old alla new economy, ha determinato la dismissione di un cospicuo numero di beni e conseguenti mutamenti nell’assetto organizzativo urbano. A tale processo sono strettamente collegate anche le parziali transizioni multidimensionali in corso: energetica, ecologica e digitale, apparentemente disgiunte. Esse investono gli ambiti urbani indipendentemente dalla dimensione – città storica e/o città consolidata – determinando un focus pubblico e privato per strategie di sviluppo futuro in chiave rigenerativa, capaci di rispondere alle necessità della contemporaneità (nuove forme di produzione e lavoro, social housing, coworking, smart community e salute-benessere), rese ancora più evidenti dalla sopraggiunta crisi sanitaria e dalla imminente crisi energetica.

All’interno di questo quadro, la città di prossimità, già insita nel format degli standard urbanistici e da aggiornare alla luce dei cambiamenti degli stili di vita, mira a garantire l’accessibilità sostenibile a servizi e/o a luoghi centrali, contribuendo a ridurre i fenomeni di pendolarismo e marginalità. Tuttavia, tale modello di città si scontra con episodi di enclave urbane costituiti da fabbricati e compendi immobiliari dismessi, dove, di contro, il progetto di riconversione assumerebbe un ruolo strategico per la rifunzionalizzazione non tanto del manufatto quanto, piuttosto, dello spazio aperto, al fine di attivare connessioni nel tessuto urbano in grado di favorire il passaggio dalla condizione di anticommons a quella di semicommons o commons.

In questo senso, le politiche di riconversione, sensibili ai principi di sostenibilità ambientale, economica e sociale, unite al modello di Città di Prossimità, contribuiscono a superare la condizione di enclave che grava su gran parte dei beni militari, sia in ambito urbano che extraurbano.

È questa una delle grandi sfide del progetto ‘Grandi Infrastrutture – Caserme Verdi’ del Ministero della Difesa presentato nel 2019 dall’Esercito Italiano e incentrato sulla realizzazione di infrastrutture militari di nuova generazione, al fine di rendere il parco infrastrutturale delle Forze Armate più efficiente e funzionale. Il progetto ha individuato 26 basi esistenti e ritenute strategiche, dislocate lungo la penisola: 6 nel nord-ovest, 6 nel centro Italia, 5 nel nord-est, 9 nel sud Italia comprese le isole (Figura 1). Il progetto prevede un investimento di 1,5 miliardi, in un orizzonte temporale di 20 anni, per garantire un miglioramento della qualità degli ambienti di lavoro del personale e delle relative famiglie e il contenimento degli impatti ambientali. Le nuove caserme avranno una organizzazione funzionale che favorirà una maggiore inclusione sociale attraverso l’apertura degli spazi e dei servizi socio-ricreativi e sportivi alla cittadinanza, in un’ottica di ‘dual use’ delle strutture.

Figura 1 – Localizzazione dei 26 siti militari inseriti all’interno del progetto Caserme Verdi. Fonte: Ministero della Difesa (2019) Autori: Milesi A. e Ladu M. (2022)

Appare il caso di sottolineare che gli intenti sopra descritti devono necessariamente trovare riscontro all’interno di un progetto urbano più ampio volto a rigenerare il patrimonio pubblico migliorando anche le condizioni degli spazi aperti e dell’ambiente costruito al contorno, specialmente in termini di connessione, in coerenza con i principi della camminabilità. Si pensi all’incidenza che potrebbe avere questo approccio se applicato in città affette dal problema delle enclave urbane, ad uso civile e militare. Infatti, l’apertura di tali compendi potrebbe rivelarsi una straordinaria opportunità per la costruzione di nuove reti nel tessuto urbano. Tuttavia, la sfida sta proprio nella capacità di inserire tali progetti all’interno di un progetto più ampio di rigenerazione urbana orientato alla costruzione di una città camminabile e di prossimità.

A partire da questo rinnovato quadro di principi e approcci, per il quale si intende trovare presto applicazione diffusa negli ambienti urbani, la ricerca ha sviluppato una metodologia qualitativa e quantitativa volta alla definizione di un indice di camminabilità basato sul ruolo di ‘luoghi centrali’, da intendersi come espressione della varietà delle principali funzioni urbane, tra densità e relativa accessibilità. 

Tale metodologia trova coerenza con le nuove istanze dettate dall’emergenza sanitaria, che riportano l’attenzione sul progetto degli spazi aperti e, in generale, della camminabilità. Di fatto, la stessa crisi energetica impone modelli di città improntati alla prossimità urbana quale esito del maggior costo energetico della mobilità.

Nel dettaglio il metodo definisce i seguenti indici :

1) l’indice di porosità (PI) è definito in relazione al rapporto di copertura (Rc), anche in seguito alle esigenze sanitarie che hanno assegnato un nuovo valore agli spazi aperti;

2) l’indice di connettività/attraversabilità (CI) è dato dal numero di attraversamenti che si dispiegano tra due accessi e che consentono di mettere in relazione più porzioni urbane;

3) l’indice di attrattività relativa (AI), si riferisce sia al numero che alla varietà dei luoghi centrali rinvenibili all’interno di un areale di percorrenza di 15 minuti dal compendio immobiliare analizzato, secondo il principio di diversità di Simpson.

Il contributo dato dalla somma pesata dei tre indici sopra descritti, rappresenta l’indice sintetico di camminabilità o prossimità, che ha trovato applicazione sia in contesti urbani, sia nell’ambito di analisi comparate con altri metodi affermati in letteratura, come lo space syntax.

Figura 2 – Cagliari. Progetto Caserme Verdi

Le applicazioni hanno evidenziato come le enclave urbane e, in particolare, quelle militari, costituiscono un significativo impedimento alla realizzazione del progetto di città dei 15 minuti.

In questo senso, la valutazione combinata della porosità, della attraversabilità e dell’attrattività di una determinata enclave, che consente di rappresentare la condizione ante e post operam, costituisce un utile supporto alle decisioni finalizzate a guidare il processo di rigenerazione urbana in una logica di prossimità.

Ringraziamenti: Lo studio è supportato dai Fondi di Ricerca del Progetto “Investigating the relationships between knowledge-building and design and decision-making in spatial planning with geodesign” finanziato dalla Fondazione di Sardegna (2018).

Mara Ladu, Alessandra Milesi, Ginevra Balletto, Giuseppe Borruso
Mara Ladu, Alessandra Milesi, Ginevra Balletto, Giuseppe Borruso
* Mara Ladu Laureata in Architettura presso l’Università degli studi di Cagliari, ha conseguito il dottorato di Ricerca in Ingegneria Civile e Architettura sul tema della rigenerazione del paesaggio urbano storico. È attualmente borsista di ricerca presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura (DICAAR) - Università di Cagliari. La sua attività di ricerca e professionale ha come principale focus la pianificazione urbanistica, ambientale e paesaggistica e la progettazione urbana sostenibile. * Alessandra Milesi Laureata in ingegneria Civile Edile, ha conseguito il dottorato di ricerca in Ingegneria Edile presso l’Università degli studi di Cagliari sul tema della città multietnica. Esperta in pianificazione e governo del territorio, svolge attività professionale e di ricerca in collaborazione con il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Architettura (DICAAR) - Università di Cagliari. I principali temi di ricerca sono legati alla pianificazione territoriale e strategica e alla sostenibilità urbana e ambientale. * Ginevra Balletto Professoressa associata e docente di Progettazione urbanistica sostenibile e di Pianificazione delle georisorse presso l’Università degli Studi di Cagliari. La sua attività di ricerca verte sulla pianificazione di città e territori, nell’ambito delle transizioni: energetica, ecologica e digitale. Interdisciplinare per formazione, collabora in gruppi di ricerca costituiti da geografi, geologi, economisti, sport-designer e medici, di valenza nazionale e internazionale. * Giuseppe Borruso Professore associato di Geografia economica e politica presso il Dipartimento di Scienze Economiche, Aziendali, Matematiche e Statistiche “Bruno De Finetti” dell’Università degli Studi di Trieste, dove dirige il GEP Lab, Laboratorio di Geografia Economica e Politica. Si occupa di città, con un focus sulle Smart Cities, di trasporti, in particolare sulle relazioni tra porto e città. Attratto dalle tecnologie ICT, dai processi di innovazione e di diffusione della creatività.

Articoli correlati

Digitalizzazione, aree marginali e nuove geografie del lavoro: oltre le (anti)retoriche

Il paradigma della smartness e dell’infrastrutturazione tecnologica è mobilitato nelle politiche europee come strategia onnicomprensiva di superamento dei divari, valutando come il “diritto alla connessione” si intersechi con nuovi flussi e reti delle geografie del lavoro in Italia, ridisegnate dal massiccio ricorso al lavoro da remoto durante la pandemia da Covid-19. In particolare, si valuta come, sul piano delle politiche, la digitalizzazione sia sempre più intesa non tanto come infrastrutturazione tecnologica ma catalizzatrice di processi di innovazione basati sul capitale umano.

Southworking, lavoro a distanza e nuovi luoghi del lavoro pubblici in Italia

La pubblica amministrazione ha adottato tre politiche a supporto degli spazi di coworking in Italia: le politiche del lavoro, di innovazione sociale e di sviluppo locale. La pandemia ha innescato una nuova domanda di spazi di lavoro pubblici sulla stregua delle esperienze di successo nel nord Europa. Privati cittadini hanno promosso la costituzione di ‘presidi di comunità’ ottenendo un sostegno pubblico. In questo contesto si inserisce l’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” che studia e monitora i presidi di comunità come luoghi in cui stimolare l’ecosistema creativo locale e instaurare un fertile rapporto tra la comunità dei south worker e le comunità locali.

Un intervento sulla propensione al South Working 

L’articolo analizza il fenomeno del south working che si è intensificato nel periodo di pandemia Covid-19 e descrive i risultati del contributo Di Matteo et al. (2021) sulla propensione dei lavoratori palermitani (dipendenti e autonomi) fuori regione a lavorare dal Sud (south working). L’analisi si avvale dell’indagine promossa a partire dal giugno 2020 dall’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” a cui hanno risposto 650 lavoratori originari di Palermo. L’analisi empirica mostra che le motivazioni in favore del south working, da parte di coloro i quali prima della pandemia da Covid-19 avevano già una certa familiarità con il lavoro a distanza, possono essere ricondotte al genere (uomo vs. donna), status coniugale (essere in una relazione vs. single), grado di istruzione (alto vs. medio-basso) e tipo di impiego (lavoratori autonomi vs. dipendenti).

Flessibilità geografica del lavoro e politica della produzione: il South working e il ruolo della regolazione

La situazione emergenziale dettata dal Covid-19 ha posto numerosi lavoratori e datori di lavoro dinanzi alla possibilità di superare la tradizionale visione della prestazione del lavoro, contemplando non soltanto la flessibilità di natura oraria ma anche quella geografica. Nello scenario post-pandemico, questa tendenza continua a sollecitare riflessioni importanti, ad esempio sulle disuguaglianze o sul ruolo della regolazione quale tematica prescelta per il presente contributo: attraverso un più ampio spettro di attori, la regolazione può svolgere un ruolo importante affinché il lavoro da remoto e dal Sud sia un fenomeno (ancora) possibile ed equo al tempo stesso.

South Working. Per un futuro del lavoro agile in Italia

Il fenomeno del «South Working» presenta grandi possibilità, limiti per cui servono politiche e strumenti per promuovere e rendere sostenibile il futuro del mondo del lavoro. In particolare, un’attenzione particolare deve essere rivolta ai «presidi di comunità», luoghi polifunzionali, di collaborazione e mutualismo messi in rete dall’associazione South Working - Lavorare dal Sud.