3 Ottobre, 2022

Strategia di rigenerazione per il riuso e la valorizzazione delle strutture fortificate di Verona

Tempo di lettura: 5 minuti

Trent’anni di studi e attività non trascorsi invano

Il comune di Verona e, prima ancora, la comunità che abita questo territorio sono impegnati da almeno tre decenni nell’azione di riscoperta, conoscenza, recupero e valorizzazione dello straordinario patrimonio fortificato che si intreccia con la storia urbana della città, fin dalla sua fondazione.

Questa lunga vicenda prende avvio con le prime acquisizioni al patrimonio comunale – nel 1985 avvenne il trasferimento al Comune dei Forti Azzano, Gisella e Chievo – e, negli anni ’90 del secolo scorso, con le azioni di pulizia, presidio e sensibilizzazione operate da volontari di associazioni locali e di Legambiente, sostenute dall’intensificarsi di studi specifici, attività di ricerca ed iniziative che hanno coinvolto una moltitudine di attori, studiosi, associazioni, professionisti, amministratori e cittadini appassionati uniti dall’interesse per questo inestimabile patrimonio materiale e immateriale, che ha concorso all’iscrizione della città nella World Heritage List UNESCO nel 2000), per portare, nel 2012, alla sottoscrizione dell’Accordo di Valorizzazione per il trasferimento al Comune di Verona di vasti compendi della Cinta Magistrale e di altri beni riconducibili al sistema fortificato [Castelvecchio (parte), Torricelle massimiane 1, 2 e 3, Forti austriaci Werk Prinz Rodolph (Lugagnano), Werk Sofia, Werk Hess (Santa Caterina) e Werk John (Preare)] (Figura 1).

Figura 1 – Ambito territoriale del sito Unesco

O alla più recente iniziativa “Verona Fortificata” (2018/19) realizzata nel quadro di un Protocollo d’intesa sottoscritto con l’Agenzia del Demanio per “l’avvio di un rapporto di collaborazione finalizzato alla valorizzazione a rete di immobili pubblici che costituiscono la traccia del sistema difensivo della città di Verona e per favorirne il recupero e la valorizzazione, attraverso la scoperta e la conoscenza del territorio urbano e periurbano della città”. Iniziativa che ha spinto molti cittadini a scoprire luoghi spesso inaccessibili e sconosciuti ai più, attivando una fertile e promettente collaborazione con il mondo delle associazioni le quali – grazie a rapporti di concessione, convenzioni o patti di sussidiarietà – già ‘abitano’ i forti, svolgendo una imprescindibile azione di sorveglianza e manutenzione, accompagnata da un’adeguata consapevolezza della eccezionalità (e di conseguenza della fragilità) del patrimonio che le ospita.

La fase più recente prende avvio con il Documento metodologico “Verona 2030_Rigenerazione urbana diffusa, riqualificazione urbana e ambientale usi temporanei. Per un nuovo ciclo di trasformazioni a partire dalla riqualificazione urbana”, di lancio della Variante n. 29 al Piano degli interventi (giugno 2021), con la quale il Comune di Verona ha voluto intraprendere una politica differente rispetto alle precedenti stagioni urbanistiche. Indirizzandosi in particolare verso la rigenerazione diffusa dei tessuti esistenti, attraverso il progressivo recupero e riuso di luoghi dismessi e abbandonati, anche abbracciando una scala di interventi più minuti di riqualificazione, in grado di valorizzare il capitale fisso della città esistente. Questa manovra mira a far emergere specifici programmi urbanistici rigenerativi da sviluppare attraverso l’apporto partecipativo dei protagonisti pubblici e privati agli interventi di riqualificazione, recupero e riabilitazione del tessuto urbano, sociale, economico delle parti di città più fragili per degrado, marginalità e abbandono.

Nell’attuale quadro delle politiche di governo del territorio, il patrimonio fortificato assume, quindi, una rinnovata centralità nell’agenda urbana, coniugando le strategie di gestione del patrimonio culturale con gli obiettivi di sostenibilità ambientale e neutralità climatica, inclusione sociale, innovazione e sviluppo locale.

Verso un Masterplan per Verona fortificata

In questa prospettiva e in particolare con riferimento al sistema delle fortificazioni veronesi, il ruolo della pubblica amministrazione assume un’importanza decisiva nello svolgere funzioni di coordinamento e nell’attivare azioni proattive di sensibilizzazione, informazione, disseminazione orientate ad elevare l’attenzione e la cura di una straordinaria risorsa per l’intera comunità locale. Ma anche nell’assicurare un’efficace regia con gli attori istituzionali coinvolti, sulla base di un quadro di azioni e di progettualità condivisi, coinvolgendo la rete di associazioni e soggetti che in questi anni hanno partecipato alla valorizzazione del sistema fortificato veronese.

L’inestimabile patrimonio storico-architettonico del sistema fortificato di Verona costituisce una risorsa fisica diffusa che caratterizza e conforma non solo la città storica veronese, ma l’intero assetto urbano e paesaggistico, costituendo un prezioso palinsesto da riscattare nel progetto rigenerativo della città contemporanea, in grado di restituire elementi di permanenza, identità e qualità alle periferie moderne e alle aree di frangia urbana (Figura 2).

Figura 2 – Forti e strutture militari nell’impianto urbano attuale

Un programma che richiede di superare la fase analitica e di lenta costruzione di inventari patrimoniali, per avviare un progetto urbanistico sistemico di insieme, capace di conciliare un disegno generale di prospettiva per la valorizzazione territoriale con azioni diffuse e puntuali, legate alle singole necessità e istanze di riuso urbanistico e edilizio.

Un approccio progettuale che riconosca tale palinsesto diffuso come telaio di un’azione di rigenerazione urbana e ambientale condotta a partire dal disvelamento di una geografia di segni, opere e manufatti non ancora del tutto cancellata e rimasta latente dentro la dispersione insediativa caotica recente. Tutti elementi che influiscono sulla riconfigurazione degli assetti frammentati e discontinui della città contemporanea, contribuendo a contrastare la banalizzazione e la dissoluzione dei paesaggi identitari.

Ogni elemento del telaio non viene affrontato come unicum ma, seppur con le proprie specificità, come elemento costitutivo di un sistema complesso più ampio che riguarda l’insieme delle fortificazioni e, più in generale, la città e il territorio nelle relative articolazioni in quartieri, ambienti di vita e paesaggi differenti.

Il ricorso a strumenti non necessariamente codificati e istituiti (Masterplan), che costituiscano la cornice generale strategica e la regia pubblica operativa per azioni puntuali di riuso e valorizzazione, permette di far emergere connessioni e opportunità sulla base delle quali accompagnare e governare il processo di trasferimento dei beni militari, oggi ancora in atto.

Figura 3 – Verso un Masterplan per Verona fortificata

I Masterplan individuano traiettorie possibili per promuovere azioni di recupero architettonico e funzionale, modelli innovativi di gestione, processi di conoscenza, coinvolgimento e sussidiarietà, anche innescando un ciclo di attività e usi temporanei che consentano di restituire rapidamente alla vita urbana e alla fruibilità collettiva tali immobili (Figura 3).

Paolo Galuzzi, Roberto Carollo
Paolo Galuzzi, Roberto Carollo
* Paolo Galuzzi Architetto e urbanista, professore ordinario presso la Facoltà di Architettura della Sapienza Università di Roma, svolge attività di ricerca nel Dipartimento di Pianificazione Design Tecnologia dell’Architettura. È membro del direttivo nazionale dell’Istituto Nazionale di Urbanistica e direttore della rivista Urbanistica. * Roberto Carollo Architetto, laureato allo IUAV, esercita fino al 2009 l'attività di libero professionista. Dal 1998 al 2007 è docente a contratto presso la Facoltà di Architettura di Ferrara. Dal 2009 è dipendente del Comune di Verona, presso la Direzione Pianificazione e progettazione urbanistica e dal 2016 è referente tecnico dell'Autorità urbana Ver.So. Verona Sostenibile, istituita nel quadro del POR-FESR 2014/2020.

Articoli correlati

Tra rigenerazione e riciclo. Il treno come dispositivo per l’avvio di nuovi cicli di vita: il caso della Val Venosta

In un mondo dominato dall’automobile, che ha ridotto lo spazio urbano a misura del codice della strada, è interessante discutere progetti di rigenerazione che migliorano la qualità dello spazio pubblico e collettivo, riorganizzano il sistema di accessibilità alle attrezzature pubbliche, integrano le reti di mobilità sostenibile e attiva con le reti verdi e blu, diventando concreta risposta ai cambiamenti climatici. di vita condivisibili, in grado di migliorare la vita quotidiana di residenti e al contempo interpretare il turismo come occasione per disegnare il futuro.

Southworking, lavoro a distanza e nuovi luoghi del lavoro pubblici in Italia

La pubblica amministrazione ha adottato tre politiche a supporto degli spazi di coworking in Italia: le politiche del lavoro, di innovazione sociale e di sviluppo locale. La pandemia ha innescato una nuova domanda di spazi di lavoro pubblici sulla stregua delle esperienze di successo nel nord Europa. Privati cittadini hanno promosso la costituzione di ‘presidi di comunità’ ottenendo un sostegno pubblico. In questo contesto si inserisce l’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” che studia e monitora i presidi di comunità come luoghi in cui stimolare l’ecosistema creativo locale e instaurare un fertile rapporto tra la comunità dei south worker e le comunità locali.

Digitalizzazione, aree marginali e nuove geografie del lavoro: oltre le (anti)retoriche

Il paradigma della smartness e dell’infrastrutturazione tecnologica è mobilitato nelle politiche europee come strategia onnicomprensiva di superamento dei divari, valutando come il “diritto alla connessione” si intersechi con nuovi flussi e reti delle geografie del lavoro in Italia, ridisegnate dal massiccio ricorso al lavoro da remoto durante la pandemia da Covid-19. In particolare, si valuta come, sul piano delle politiche, la digitalizzazione sia sempre più intesa non tanto come infrastrutturazione tecnologica ma catalizzatrice di processi di innovazione basati sul capitale umano.

Un intervento sulla propensione al South Working 

L’articolo analizza il fenomeno del south working che si è intensificato nel periodo di pandemia Covid-19 e descrive i risultati del contributo Di Matteo et al. (2021) sulla propensione dei lavoratori palermitani (dipendenti e autonomi) fuori regione a lavorare dal Sud (south working). L’analisi si avvale dell’indagine promossa a partire dal giugno 2020 dall’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” a cui hanno risposto 650 lavoratori originari di Palermo. L’analisi empirica mostra che le motivazioni in favore del south working, da parte di coloro i quali prima della pandemia da Covid-19 avevano già una certa familiarità con il lavoro a distanza, possono essere ricondotte al genere (uomo vs. donna), status coniugale (essere in una relazione vs. single), grado di istruzione (alto vs. medio-basso) e tipo di impiego (lavoratori autonomi vs. dipendenti).

Flessibilità geografica del lavoro e politica della produzione: il South working e il ruolo della regolazione

La situazione emergenziale dettata dal Covid-19 ha posto numerosi lavoratori e datori di lavoro dinanzi alla possibilità di superare la tradizionale visione della prestazione del lavoro, contemplando non soltanto la flessibilità di natura oraria ma anche quella geografica. Nello scenario post-pandemico, questa tendenza continua a sollecitare riflessioni importanti, ad esempio sulle disuguaglianze o sul ruolo della regolazione quale tematica prescelta per il presente contributo: attraverso un più ampio spettro di attori, la regolazione può svolgere un ruolo importante affinché il lavoro da remoto e dal Sud sia un fenomeno (ancora) possibile ed equo al tempo stesso.