L'introduzione del contributo d'accesso per i turisti a Venezia ha avuto un effetto boomerang, aggravando i problemi esistenti. Questo intervento, pensato per gestire la pressione turistica, si è rivelato inefficace e controproducente. Venezia, simbolo dell'overtourism, ha visto peggiorare il tessuto sociale e produttivo, con disuguaglianze amplificate e residenti penalizzati. La vera soluzione richiede un futuro economico sostenibile e una regolamentazione più rigorosa del settore turistico, superando l'attuale modello predatorio.
La sperimentazione del contributo d’accesso a Venezia, introdotta per mitigare l'impatto del turismo giornaliero, ha suscitato molte critiche e non ha ridotto la pressione turistica. Le polemiche evidenziano come la misura sembri mirata a capitalizzare i flussi turistici piuttosto che limitarli e non affronti i problemi causati dall’aumento delle locazioni brevi, che superano i posti letto dei residenti. La gestione dell’overtourism richiede interventi complessi e a lungo termine, centrati soprattutto sul tema dell’abitare, per contrastare la trasformazione di Venezia in una città esclusivamente turistica.
Il visitor management propone una varietà di misure in grado di monitorare, informare, influenzare e guidare il comportamento dei visitatori all’interno di diversi contesti come le destinazioni turistiche. Queste misure rispondono a necessità mirate e strutturali per la destinazione che possono contribuire al miglioramento della vivibilità; tuttavia, considerate di per sé non rappresentano un approccio di governance in una visione di sviluppo sostenibile. Il caso del contributo di accesso di Venezia viene utilizzato come caso di discussione.
Le spiagge italiane mostrano una domanda in calo e un’offerta di strutture obsolete, incapaci di dialogare con il paesaggio e le nuove pratiche di fruizione. Cinque linee progettuali emergono come chiave: ripensare le strutture permanenti, riorganizzare cabine e ombrelloni, armonizzare materiali e forme dei chioschi, reintrodurre vegetazione e valorizzare il rapporto tra spiaggia e territorio retrostante. L’obiettivo è costruire un paesaggio costiero sostenibile e inclusivo, dove architettura, natura e comunità coesistono e ridefiniscono il diritto all’ambiente.
La vicenda delle concessioni balneari, simile a quella delle quote latte, mostra come pressioni lobbistiche abbiano favorito l’elusione del diritto UE, ritardando riforme necessarie. Nonostante la direttiva Bolkestein imponga gare pubbliche, proroghe e resistenze hanno ostacolato concorrenza e modernizzazione del settore. Alcuni Comuni, come Jesolo sulla base della legge regionale 33/22 del Veneto,, hanno avviato procedure innovative premiando investimenti e sostenibilità, dimostrando che la competizione può favorire lo sviluppo di questo comparto del settore turistico
Le località balneari italiane stanno superando i confini della stagionalità per assumere un ruolo urbano permanente. Non più semplici mete estive, ma paesaggi abitati e condivisi tutto l’anno, capaci di generare valore economico, culturale e sociale. Le spiagge diventano laboratori di innovazione, in cui comunità dinamiche sperimentano nuovi modelli di convivenza e uso dello spazio, oltre la zonizzazione tradizionale. In questo processo si afferma la “città di relazione”: un contesto flessibile, dove i luoghi non si consumano ma si rigenerano, adattandosi ai ritmi del vivere contemporaneo e aprendo scenari inediti per il futuro urbano.
Il dibattito sulla “crisi del turismo balneare” spesso si riduce a slogan e narrazioni politiche, ignorando le reali trasformazioni del mercato. Il settore non è in recessione, ma in profondo riassestamento, tra nuove abitudini di consumo, digitalizzazione e necessità di branding. Per restare competitivo servono investimenti, innovazione e una visione condivisa pubblico-privato, superando nostalgie e resistenze.
In Italia, la maggior parte delle spiagge è trattata come una risorsa commerciale anziché come un bene pubblico. Questo approccio ha condotto a una massiccia privatizzazione delle spiagge, soprattutto nelle zone con alta domanda sociale. Inoltre, ha trasformato una questione legata alla gestione di beni collettivi in un dibattito incentrato sul rinnovo delle concessioni o sulle loro aste. La gestione delle spiagge dovrebbe invece prioritariamente rispondere alle necessità della società, garantendo l'accesso gratuito e considerando anche gli aspetti ecologici. Questo potrebbe essere realizzato tramite una graduale riduzione delle concessioni nelle regioni con elevata richiesta e una ridefinizione delle tariffe per assicurare l'accessibilità per tutti.