19 Gennaio, 2026

Strategie per le aree interne: tra retorica del declino e infrastrutturazione comunitaria

Tempo di lettura: 4 minuti

Nel giro di pochi giorni, due articoli pubblicati su quotidiani nazionali hanno offerto rappresentazioni solo apparentemente inconciliabili delle aree interne italiane. Da un lato, l’analisi di Alfonso Scarano sul Fatto Quotidiano denuncia la svolta nichilista del nuovo Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (PSNAI), che – secondo il giornalista – certifica l’“irreversibilità” del declino di vaste porzioni del territorio nazionale, rinunciando esplicitamente a invertirne la traiettoria1. Dall’altro, un’inchiesta de Il Sole 24 Ore documenta come, proprio nei borghi e nei piccoli comuni – ossatura vitale delle aree interne – si registrino performance eccellenti nell’attuazione del PNRR, con fondi spesi in modo efficiente e progettualità già operative2

Queste due narrazioni, per quanto divergenti, colgono il medesimo paradosso da angolature differenti: le aree interne non stanno morendo perché marginali, ma rischiano di spegnersi nonostante la loro vitalità sociale, culturale ed economica. Il problema non risiede nei territori in sé, bensì nelle strategie istituzionali che li attraversano. Una visione ancora difensiva e assistenziale continua infatti a interpretare tali aree come “vuoti amministrativi” da sostenere con politiche riparative, piuttosto che come sistemi relazionali attivi, capaci di innovazione e generatività.

Nel nuovo PSNAI si coglie il rischio concreto di un arretramento dell’ambizione trasformativa: il documento, in diverse sezioni, appare orientato più alla gestione della decadenza che alla promozione dello sviluppo, finendo per naturalizzare la marginalità come destino3. Eppure, è proprio in questi contesti che emergono esperienze significative di rigenerazione socioeconomica, imprenditorialità diffusa, innovazione nei servizi di welfare e valorizzazione del capitale culturale. Iniziative che, spesso in risposta ai fallimenti strutturali di Stato e mercato, ricostruiscono infrastrutture sociali e modelli di sviluppo fondati sui bisogni e sulle aspirazioni delle comunità locali. 

Le politiche pubbliche di coesione, anche quando lungimiranti nella fase di design, si sono rivelate frequentemente tecnocratiche nella fase di implementazione: troppo rigide per valorizzare le risorse latenti dei territori e poco propense ad attribuire responsabilità reali alle comunità. Ne è derivata una governance verticale fondata sul controllo, piuttosto che sull’abilitazione, e una coesione tradotta in logiche di compensazione e sussidi più che in dispositivi di emancipazione territoriale. 

Rigenerare non significa soltanto realizzare infrastrutture materiali (scuole, presidi sanitari, connessioni), ma soprattutto riconoscere, sostenere e potenziare ciò che già produce beni comuni nei territori: cultura, lavoro, relazioni, senso. Contrastare lo spopolamento con incentivi economici può risultare utile, ma non è sufficiente. È necessario alimentare la capacità endogena delle comunità di generare benessere, coesione e progettualità. In questo si gioca la differenza – epistemologica, prima ancora che operativa – tra il mero “governo dei fondi” e una strategia territoriale autenticamente generativa.

Una strategia efficace per i territori fragili deve poggiare su due pilastri fondamentali: una governance multilivello e plurale, e una ownership comunitaria. Non è sufficiente coinvolgere attori istituzionali attorno a un tavolo; è indispensabile riconoscere alle comunità locali titolo, strumenti e legittimità per partecipare attivamente alla definizione e all’implementazione delle politiche. Occorre cioè promuovere un nuovo paradigma istituzionale, capace di valorizzare le forme emergenti di neo-mutualismo e neo-istituzionalismo, che stanno già trasformando in senso rigenerativo molte aree del Paese4. Le Green Communities, le cooperative di comunità che garantiscono servizi essenziali e coesione sociale, le esperienze di amministrazione condivisa, i partenariati speciali per la gestione dei beni culturali, le comunità patrimoniali e le reti di sviluppo locale: tutti questi dispositivi testimoniano una tensione verso una nuova idea di istituzione. Un’istituzione non più intesa come struttura centralizzata che distribuisce risorse, ma come piattaforma cooperativa che genera capacità collettive.

In questo quadro, il Rapporto Montagne Italia 2025 promosso da UNCEM rappresenta un punto di svolta. Con quasi 800 pagine di dati, analisi e testimonianze, il documento smonta definitivamente la retorica del declino montano5. Tra il 2019 e il 2023, le aree montane italiane hanno registrato un saldo migratorio positivo di circa 100.000 persone, di cui oltre 64.000 cittadini italiani. Non è solo un dato demografico, ma un indicatore di desiderio che esprime una domanda di abitabilità, di senso, di prossimità. Non si tratta esclusivamente di turisti o pendolari, ma di nuovi residenti – giovani, smart worker, imprenditori sociali, artigiani digitali – che scelgono di abitare stabilmente in montagna, riaprendo scuole, coworking, esercizi commerciali, attivando filiere sostenibili e reinventando modelli di accoglienza.  

La montagna, dunque, non è un problema da risolvere, ma un potenziale motore di trasformazione per l’intero Paese. Come sottolinea lo stesso Rapporto, è urgente una revisione delle politiche pubbliche affinché siano capaci di intercettare tali segnali deboli e costruire sistemi di governance territoriale nei quali Comuni, Regioni, Ministeri, GAL, Green Communities e reti civiche e mutualistiche possano operare in sinergia. È soprattutto necessario adottare strategie abilitative e generative, non dispositivi sostitutivi o assistenziali.

La rigenerazione territoriale si configura come un processo eminentemente politico e culturale, prima ancora che tecnico o finanziario. Richiede un cambio di paradigma radicale: passare dal governo dei fondi alla governance delle comunità. La sfida non è soltanto quella di contrastare lo spopolamento, ma di promuovere nuove forme di cittadinanza territoriale, fondate su corresponsabilità, generatività e produzione di senso. Perché ciò che oggi appare periferico, domani può rivelarsi centrale. A patto di volerlo vedere.


Approfondimenti

  1. Scarano, A. (2025). Aree interne addio, il governo: “Il declino ormai irreversibile, Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 
  2. Perrone, M. & Trovati, G. (2025). Nei borghi il PNRR corre, Il Sole 24 Ore, 2 luglio 
  3. Ministero per la Coesione (2025). Piano Strategico Nazionale per le Aree Interne (2021–2027), versione aggiornata. 
  4. Venturi, P. & Zandonai, F. (2021). Neo-mutualismo. Milano: Egea. 
  5. UNCEM (2025). Rapporto Montagne Italia 2025. Istituzioni, movimenti, innovazioni. AA.VV. Rubbettino.