Le aree interne italiane si trovano al centro di una contraddizione: considerate marginali dal nuovo PSNAI, mostrano invece segnali concreti di vitalità e innovazione. Non è il territorio a essere fragile, ma le politiche che lo attraversano. In opposizione a visioni tecnocratiche e assistenziali, emergono pratiche di rigenerazione fondate su comunità attive, governance plurale e nuovi modelli istituzionali capaci di generare sviluppo dal basso. La sfida è passare dal governo dei fondi alla governance delle comunità.
Gli Enti di Terzo Settore, in quanto soggetti che perseguono l’interesse generale, devono avere chiaro che il lavoro di comunità è una scelta politica da cui dipende la qualità della vita di una comunità e che richiede il coinvolgimento di singoli, famiglie, gruppi sociali, PA, imprenditori. Una scelta strategica se si vuole ripartire dalle persone e dalla loro capacità di generare valore sociale e rapporti di mutualità territoriale per un nuovo welfare, ma anche un’opportunità per lo sviluppo locale.
Roberto Camagni ha contribuito in molti campi dell'economia regionale e urbana, portando sempre in considerazione le implicazioni pratiche dei suoi concetti e analisi. Era una persona appassionata che si interessava ai problemi concreti e passava rapidamente dalla teoria alla pratica. Uno dei suoi contributi più importanti riguarda la teoria del capitale territoriale, definendo gli elementi del capitale territoriale e sottolineando l'importanza della complementarietà tra di loro. Inoltre, ha dimostrato l'importanza del milieu nello sviluppo locale e ha affrontato la questione della competitività territoriale. Ha inoltre sottolineato l'importanza di politiche di coesione che coniughino efficienza ed equità.
Roberto Camagni è noto per la sua abilità nel comprendere, interpretare e spiegare fenomeni territoriali complessi. Ha contribuito in vari settori dell'economia regionale, fornendo quadri concettuali appropriati per contestualizzare gli aspetti territoriali. Il suo lavoro ha identificato e descritto accuratamente le diverse caratteristiche territoriali, promuovendo una comprensione profonda dei fenomeni analizzati. Ha fornito anche stimoli nell’ambito dell’economia della cultura, considerando il patrimonio culturale come parte del "capitale territoriale" e come determinante di sviluppo endogeno. Il suo lavoro ha contribuito all'analisi del patrimonio culturale e influenzerà future ricerche in questo campo.
La relazione tra patrimonio culturale e sviluppo è stata oggetto di grande interesse negli ultimi 20-30 anni. Diversi canali attraverso i quali questo legame funziona e differenti prospettive sull’argomento continuano ad essere esplorati e la letteratura recente ci aiuta nella comprensione di questi temi anche con libri che ci avvicinano ai meccanismi virtuosi che trasformano il patrimonio culturale in un volano di sviluppo. Cinque titoli di recente pubblicazione rappresentano tasselli importanti per la composizione del quadro complessivo.
La demografia italiana è una geografia di divari. Le medie nazionali su longevità, fecondità ed età media restituiscono solo una parte del fenomeno: Nord e Mezzogiorno, aree urbane e aree interne, comuni capoluogo e territori rurali seguono traiettorie diverse. Spopolamento, mobilità dei giovani, attrattività dei residenti stranieri e accesso ai servizi modificano le condizioni di vita dei territori e la loro capacità di progettare il futuro. La longevità non è solo un dato da gestire: diventa una chiave per ripensare la vecchiaia come tempo di vita attivo e per progettare servizi, welfare e forme dell’abitare più aderenti ai territori.
Negli ultimi decenni l’Italia è interessata da un progressivo calo demografico, segnato da bassi tassi di natalità, aumento dell’età media e riduzione della forza lavoro attiva. L’“inverno demografico” non è un evento improvviso, ma l’esito di dinamiche strutturali e culturali consolidate nel tempo. L’aumento dell’aspettativa di vita accentua l’invecchiamento della popolazione, con effetti sul sistema previdenziale, sul welfare, sul potenziale produttivo e sull’equilibrio territoriale.
L’invecchiamento della popolazione rappresenta uno dei fenomeni demografici più rilevanti delle società contemporanee. Quando la longevità si accompagna a disabilità, malattie croniche o limitazioni funzionali, cresce il rischio di non autosufficienza, ossia la perdita di autonomia nelle attività essenziali della vita quotidiana. In una società longeva, la non autosufficienza si affaccia come una problematica complessa e multidimensionale, con impatti significativi sulla salute pubblica e sulla sostenibilità del sistema socio-assistenziale e sanitario.
I dati Istat indicano che la spesa sociale in Italia, al netto delle pensioni, ammonta a circa 110 miliardi di euro, mentre quella sanitaria raggiunge i 138 miliardi. Le amministrazioni locali, e in particolare i comuni, svolgono un ruolo centrale nell’erogazione dei servizi sociali territoriali, con marcate differenze regionali e demografiche in un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione.
La marginalizzazione delle aree interne non è un esito di dinamiche naturali, bensì il risultato di politiche pubbliche urbanocentriche, che hanno aumentato le disuguaglianze territoriali. Per invertire le tendenze servono sguardi nuovi, dare voce ai residenti, a chi è restato e a chi è tornato a vivere in altura, ascoltare chi vuole partire, gli innovatori, quanti manutengono e rafforzano le relazioni e l’economia minuta dei paesi. Sul piano delle politiche, bisogna superare la normatività del tot e costruire nuove forme di intervento pubblico attente alle persone nei singoli luoghi.