3 Marzo, 2024

Gli elementi intangibili nel legame tra patrimonio culturale e sviluppo locale

Tempo di lettura: 4 minuti

Qualcosa che ha sempre colpito di Roberto Camagni è senz’altro la sua capacità di intuire, cogliere e decifrare fenomeni territoriali complessi e multiformi. La sua destrezza nel fornire cornici concettuali rigorose e appropriate per contestualizzare determinati aspetti territoriali, il cui ruolo si riusciva magari solo ad intuire in maniera piuttosto astratta, è risultata preziosa in molteplici campi dell’economia regionale. Roberto Camagni non era eccezionale solo nel sistematizzare ragionamenti territoriali complessi, ma era anche ineguagliabile nell’identificare i diversi elementi e le caratteristiche territoriali più disparate “con il loro nome”, associando con acuta lucidità etichette precise ed evocative alle diverse situazioni e favorendo in questo modo una comprensione profonda dei fenomeni analizzati.
Si vuole qui in particolare ricordare il contributo di grande valore che Roberto Camagni ha prestato all’economia della cultura, declinata in chiave squisitamente territoriale. Il patrimonio culturale materiale e alcuni elementi locali intangibili ad esso strettamente legati, segnatamente creatività e identità territoriale, hanno trovato infatti collocazione nell’ambito dello schema teorico del capitale territoriale, definito da Roberto Camagni come “quell’insieme di elementi territoriali – materiali e immateriali, pubblici e privati, cognitivi e relazionali – che genera sviluppo endogeno” (Camagni 2009).
Come è noto, Roberto Camagni ha sistematizzato il concetto di capitale territoriale, tassonomizzandolo attraverso una matrice basata su due dimensioni: materialità e rivalità. All’interno di questa classificazione, il patrimonio culturale materiale ricade certamente tra gli asset tangibili, ma in una posizione intermedia in termini di rivalità in quanto assimilabile ad un bene pubblico impuro, sostanzialmente soggetto a potenziale congestione (anche se elementi singoli potrebbero essere considerati un bene pubblico puro). La creatività trova invece spazio tra gli asset intangibili di natura privata (come, più in generale, il meglio noto capitale umano), mentre l’identità, pur anch’essa intangibile, ricade in una categoria di rivalità intermedia, essendo più associata al cosiddetto capitale relazionale (Camagni et al. 2020).
La collocazione di patrimonio culturale materiale, creatività e identità all’interno della cornice teorica del capitale territoriale è stata accompagnata anche dall’identificazione di specifici canali attraverso i quali il patrimonio culturale può favorire lo sviluppo economico locale. In particolare, Roberto Camagni ebbe l’idea di partire da quanto proposto dal rapporto Cultural Heritage Counts for Europe (2015) per evidenziare quali fossero i meccanismi ancora inesplorati. L’obiettivo era infatti quello di evidenziare le relazioni multiple che il patrimonio culturale può instaurare con i territori che lo ospitano e l’approccio olistico del rapporto si prestava a facilitare il ragionamento, spingendo ad approfondire (e a misurare!) gli aspetti legati da una parte a creatività e innovazione, “sense of place” e paesaggio culturale e dall’altra parte alla creazione di identità, alla coesione sociale e alla partecipazione comunitaria.
Più nel dettaglio, l’idea che si è perseguita è che la funzione del patrimonio culturale come determinante di sviluppo economico locale sia in effetti mediata e rafforzata dalla presenza di (diversi tipi di) creatività e identità. In sostanza, da un lato la presenza di patrimonio culturale materiale svolge un ruolo di ispirazione della creatività locale, mentre dall’altro favorisce l’identità territoriale in termini di senso di appartenenza accompagnato da uno slancio cosmopolita. Per mezzo di questi canali, il patrimonio culturale ha quindi un effetto sullo sviluppo economico locale attraverso la generazione di idee nuove e originali (creatività) e meccanismi di solidarietà (identità territoriale). L’elemento di originalità rispetto a quanto proposto dal rapporto Cultural Heritage Counts for Europe (2015) sta nel riconoscimento di un impatto economico di tali elementi astratti e immateriali che nel rapporto vengono invece proposti nel loro ruolo sociale, psicologico e culturale.
Roberto Camagni ha così sostenuto, supportato e favorito una linea di ricerca dedicata all’esplorazione del ruolo economico di forme intangibili di capitale territoriale nello sviluppo locale che si propone di includere elementi astratti, immateriali, spesso psicologici in modelli quantitativi formali che permettono di misurarne gli impatti. La sua finezza intellettuale e la sua vasta competenza hanno contribuito a un’analisi approfondita del patrimonio culturale, elemento di estremo valore per i territori e per le loro comunità. Il lavoro lungo questa strada proseguirà anche grazie ai suoi insegnamenti e alle sue intuizioni.


Ulteriori approfondimenti

  • Camagni R. (2009), Territorial capital and regional development. In: Capello R., Nijkamp P. (eds.), Handbook of regional growth and development theories. Cheltenham, UK: Edward Elgar Pub. 118‐132.
  • Camagni R., Capello R., Cerisola S., Panzera E. (2020), The Cultural Heritage – Territorial Capital nexus: theory and empirics. Il capitale culturale, Supplementi 11: 33-59. Doi: 10.13138/2039-2362/2547.
  • CHCfE (2015), Cultural Heritage Counts for Europe: Full Report. Accesso 5 giugno 2023.

Articoli correlati

La spesa per missione degli enti territoriali

L’articolo introduce i contributi relativi i contributi relativi all’analisi della spesa di regioni, comuni, province e città metropolitane, articolata in missioni, così come previsto dalle norme in vigore. I dati analizzati sono relativi agli anni 2021 e 2019. Tutte le informazioni utilizzate sono state acquisite ed elaborate dall’ISTAT.

Le risorse regionali per le missioni di spesa negli anni 2019-2021

Le regioni destinano gran parte delle proprie risorse alla principale funzione attribuita dalle leggi, ossia al campo sanitario, in media il 70%, assegnando quote residuali alle restanti missioni. I servizi destinati al funzionamento della macchina amministrativa e al trasporto pubblico registrano a livello nazionale quote percentuali superiori al 5% della spesa totale. Nel triennio 2019-2021 non si rilevano particolari modifiche nell’utilizzo delle risorse, sia a livello nazionale sia a livello di ripartizione territoriale.

Analisi e confronto delle missioni di spesa delle province

La spesa delle province italiane, per gli esercizi 2019 e 2021, risulta principalmente concentrata nelle missioni riguardanti la gestione generale dell’ente locale, i trasporti e l’istruzione. Inoltre, nell’intervallo di tempo considerato, si registra un generale incremento delle spese per trasporti e istruzione, a cui si accompagna una diminuzione delle spese generali di gestione dell’ente. L’analisi a livello territoriale mostra comportamenti di spesa abbastanza diversificati, in particolare per quanto riguarda i trasporti e le spese gestionali.

Missioni e spesa delle città metropolitane

L'analisi della spesa delle città metropolitane sostenuta nel 2021 evidenzia una riduzione nel triennio della spesa per Servizi istituzionali e di gestione della macchina amministrativa e servizi rivolti alla formazione professionale. Nei confronti tra città metropolitane emerge il valore pro capite piuttosto elevato di Genova per i Trasporti e diritto alla mobilità, Firenze per l’Istruzione e il diritto allo studio, Palermo per i Servizi istituzionali, generali e di gestione. Al contrario, a Roma si rileva il valore più basso per i Trasporti e a Catania e Messina per l’Istruzione.

Polarizzazione dell’innovazione e nuove disuguaglianze

Negli ultimi vent'anni, l'integrazione dei mercati globali ha comportato una convergenza tra grandi aree geoeconomiche, ma una crescente disuguaglianza interna ai paesi, in particolare con alcune "superstar cities" nelle quali si sono concentrate le risorse chiave dell'innovazione. Ciò ha generato una nuova disparità economica e influenzato le dinamiche politiche. Per contrastare questa disuguaglianza è importante comprendere la sua portata e imparare da casi di successo di "periferie competitive" – come Galway, Raleigh-Durham o l’Emilia-Romagna – che offrono modelli replicabili per politiche di sviluppo nell'economia della conoscenza.