Nel cuore dell’estate 2025, i balneari lamentano un drastico calo delle presenze nei loro stabilimenti. Assobalneari (Federturismo/Confindustria) stima una contrazione tra il 20 % e il 30 %. Per spiegare un calo così importante, l’attenzione si concentra subito su aspetti prettamente economici: rispetto al 2021, l’aumento medio per un ombrellone e due lettini settimanali è stimato da Altroconsumo nella percentuale del 17 % a livello nazionale, con un incremento del 5% solo tra il 2024 e il 2025.
Non è comunque scontato che la riduzione delle presenze negli stabilimenti balneari sia da ricondurre esclusivamente a motivazioni di carattere economico. Un cambio di prospettiva culturale potrebbe avere concorso a un nuovo modo di concepire il proprio rapporto con il tempo libero e il mare (1).
I lunghi periodi di villeggiatura che hanno contraddistinto le estati italiane si sono contratti negli ultimi anni in periodi di vacanza più brevi e cadenzati, per motivi economici e per ragioni di organizzazione familiare e del lavoro. Questa riduzione dei tempi potrebbe essere un fattore determinante nel modo di concepire il rapporto con il tempo libero e l’ambiente naturale.
Se la villeggiatura è stata una variazione della routine, la nuova cultura della vacanza e della ricreazione segna una volontà di rottura molto più profonda con la propria vita quotidiana.
Tuttavia, se la concezione di villeggiatura è in gran parte superata, i paesaggi costieri italiani non hanno subito un mutamento altrettanto radicale. Le spiagge attrezzate hanno continuato a crescere negli anni fino ad estendersi su gran parte delle coste italiane. In alcuni comuni, il Rapporto Spiagge 2021 di Legambiente stima un’occupazione superiore al 90% dello spazio disponibile. A tale crescita non corrisponde un’evoluzione dell’offerta e le nuove spiagge vengono progettate seguendo una filosofia di allestimento vecchia di un secolo.
Se anche l’accesso alla spiaggia fosse gratuito, con questo paesaggio artificiale così palesemente superato, quante persone sarebbero ancora interessate a una simile esperienza?
A quasi vent’anni dall’inizio del contenzioso tra Italia e l’Europa sulle concessioni balneari, il calo della domanda per alcune strutture registrato nell’estate del 2025 sposta il dibattito verso nuove questioni. Qualora si riuscisse finalmente a rispettare la direttiva Bolkestein del 2006, che prevede che le spiagge vengano assegnate tramite gare trasparenti e a tempo determinato, ha forse poco senso applicare una logica di mercato su tratti così estesi dei litorali italiani, quando sono gli stessi operatori balneari a segnalare una contrazione della domanda di servizi.
In un periodo storico di grandi cambiamenti, a queste legittime richieste di natura giuridica e gestionale si deve affiancare una riflessione più ampia sui temi progettuali: quale tipo di paesaggio intendiamo realizzare lungo le nostre spiagge? Quali modelli architettonici immaginare per le strutture effimere e come intervenire su quelle permanenti già esistenti?
È il momento di affrontare alcune questioni tecniche che potrebbero influenzare la qualità dell’intero territorio costiero. Qui propongo alcuni temi che mi sembrano meritare l’attenzione di un dibattito che riguarda i nuovi luoghi di un vero e proprio diritto alla natura.
Per quanto riguarda le strutture permanenti esistenti, la Corte di Giustizia dell’UE ha confermato che le strutture non amovibili costruite sulle spiagge, al termine della concessione, passano gratuitamente allo Stato o all’ente pubblico demaniale, senza alcun indennizzo per il concessionario.
Questa apparente vittoria della dimensione pubblica nasconde tuttavia un grave rischio per la collettività. Se si volesse perseguire l’idea progettuale di rinaturalizzare le spiagge e liberare il maggior suolo possibile, lo scenario maggiormente auspicabile, secondo questa interpretazione, prevede che sia lo Stato — e non gli ex concessionari dei lidi — a occuparsi della demolizione delle centinaia di strutture spesso fatiscenti disseminate lungo le coste.

Tra le strutture temporanee, impossibile trascurare il valore archetipico della cabina al mare – vera protagonista della poetica di Aldo Rossi. La forma della cabina, più ancora dell’ombrellone e dello sedia a sdraio, rappresenta probabilmente l’immagine più iconica dell’estate italiana.
Il sovra utilizzo di questo dispositivo — spesso adottato come strumento di recinzione dei bagni privati — compromette però il rapporto tra la spiaggia e il territorio retrostante.
Seguendo una filosofia di riduzione della pressione antropica sulle spiagge, si potrebbe immaginare di limitare il suo utilizzo a una fruizione condivisa, e non più individuale.
Lo stesso vale per gli ombrelloni, che oggi occupano uno spazio fisso anche quando non vengono utilizzati. Numerosi esempi gestionali prevedono che solo al momento dell’acquisto del servizio una quota di ombrelloni venga posizionata dal personale della spiaggia.
Oltre alla riduzione dei dispositivi temporanei, il paesaggio delle spiagge è fortemente influenzato dalla presenza di strutture come chioschi e brise-soleil collettivi. Esistono rari esempi in Italia in cui ci si sia avvalsi di un progetto d’architettura. La spiaggia del Poetto a Cagliari è uno di questi. Ripensare a un nuovo modello per le spiagge italiane dovrebbe includere lo studio di prototipi architettonici che si integrino al meglio con i contesti territoriali e che rendano coerenti tra loro forme e materiali utilizzati nei diversi stabilimenti.
Il quinto e ultimo tema che merita un approfondimento progettuale è il ruolo della vegetazione sugli arenili. Oggi molte spiagge ne sono totalmente prive, ma non è stato sempre così. In diversi tratti di costa, per fare spazio agli stabilimenti balneari, sono state eliminate ampie superfici ricche di vegetazione. La reintroduzione di pinete, fasce arbustive e foreste di tamerici potrebbe contribuire al consolidamento delle coste e offrire una prima linea d’ombra, riducendo la dipendenza da dispositivi artificiali e restituendo agli elementi naturali un ruolo centrale nella vita all’aperto.
Nello sciopero di Lawrence, nel Massachusetts, nel 1912 le lavoratrici rivendicano bread and roses, pane e rose: una buona vita non è solo salario minimo, ma anche dignità, bellezza e una qualità della vita rappresentata proprio da un elemento vegetale e floreale.
La possibilità di accedere liberamente a un ambiente naturale è oggi più che mai un diritto che supera l’offerta di servizi assicurata dal mercato. Ripensare l’accessibilità alle nostre spiagge come la declinazione di un più ampio diritto alla natura permette di ragionare in modo diverso rispetto al rapporto tra lidi liberi e attrezzati, tra beni comuni e beni in concessione. E permette, più in generale, di spingerci oltre, volgendo lo sguardo verso un orizzonte progettuale capace di ristabilire l’equilibrio interrotto tra uomo e ambiente nelle nostre città.
Approfondimenti
(1) Alessandro Coppola, La crisi delle spiagge è una tappa dell’alienazione, Il Manifesto, 20 Agosto 2025.


