15 Giugno, 2024

Un welfare su misura per le aree demograficamente rarefatte

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l calo demografico in atto si può osservare in maniera più nitida in alcuni territori nel nostro Paese, ma non è esclusiva di quei territori, né solo dell’Italia. Il programma di ricerca Global Burden of Disease, Injuries, and Risk Factors ha recentemente prodotto un’analisi sul crollo globale della fertilità e sull’affacciarsi di un mondo “demograficamente diviso”: i Paesi più ricchi vedranno ridursi drasticamente il numero delle nascite, quelli a basso reddito raddoppieranno il numero dei nati vivi. Da qui a pochi decenni, il 97% dei Paesi del mondo vedrà declinare la sua popolazione. In termini di funzionamento e coesione della società questi cambiamenti imporranno di ripensare il sistema di solidarietà tra generazioni anche nei Paesi democratici e con sistemi di welfare consolidati.

In Italia le trasformazioni demografiche possono essere spiegate attraverso due fattori: l’aumento della durata della vita (fattore positivo) e la bassa fecondità. Il calo delle nascite è legato, a sua volta, al fatto che ci sono meno giovani e potenziali genitori rispetto al passato e che quelli che ci sono hanno un numero di figli particolarmente basso. Nel 2050 le classi di età più ampie diventeranno quelle dei settantenni.

Alcune regioni avvertono lo spopolamento in forme più acute: Basilicata, Molise e Calabria sono le regioni con la maggiore percentuale di comuni in spopolamento. Inoltre, nelle aree interne la rarefazione demografica è una tendenza che non conosce inversione, se non in rari casi. Più di frequente, invece, si intravede una vera e propria emorragia di giovani, che accelera i processi di degiovanimento della popolazione residente.

Che fare? Non procedere al buio, non rassegnarsi. Per provare a contrastare queste dinamiche è necessario partire dalle motivazioni delle partenze e della restanza. Le prime sono fortemente incoraggiate dalla debolezza (quando non dall’assenza) di servizi essenziali nel campo della salute, dell’istruzione e della mobilità, oltre che dalla mancanza di opportunità lavorative e, quindi, di autonomia di vita. Le seconde, invece, si comprendono se si (ri)conoscono le progettualità che singoli e famiglie sviluppano in dialogo con i luoghi, le appartenenze, le risorse meno visibili, di natura relazionale o ambientale. 

A ben vedere, quindi, sia le scelte di abbandono che quelle di permanenza sono sensibili agli interventi di welfare, per l’organizzazione di servizi considerati essenziali e per la promozione e valorizzazione delle risorse locali. Interventi che, tuttavia, hanno bisogno di essere disegnati fuori dalle metriche urbane, devono emergere come risultato di sperimentazioni place based, quindi di politiche sensibili ai luoghi e alle persone che li abitano. Il metodo proposto da Barca per la Strategia Nazionale per le Aree Interne (Snai) può essere utilizzato come modello per superare la tentazione di cercare ricette predefinite, calate dall’alto, e per superare la gestione delle risorse centrali attraverso meccanismi competitivi. Questi ultimi, come anche il più recente PNRR dimostra, non tengono conto delle difficoltà di funzionamento dei piccoli comuni o comunque di quelle amministrazioni locali che non possono contare su un’adeguata macchina burocratica dal punto di vista dell’organico e delle competenze. 

Le politiche place based per le aree demograficamente rarefatte servono ad adeguare l’intervento pubblico negli ambiti considerati essenziali per la fruizione dei diritti di cittadinanza alle specificità dei territori e dei residenti: non un ospedale in tutti i comuni, ma interventi che siano in grado di assicurare il diritto alla salute attraverso una adeguata medicina territoriale e di prevenzione, collegamenti innovativi tra medi-grandi ospedali delle città e territori interni, telemedicina, potenziamento della componente sociale degli interventi socio-sanitari per gli anziani, e così via; non necessariamente scuole senza pluriclassi, ma pluriclassi che siano in grado di assicurare una qualità della didattica che non penalizzi la formazione ed educazione degli studenti; non necessariamente nuovi chilometri di strade asfaltate o ponti, ma miglioramento della mobilità, anche attraverso sperimentazioni di mezzi alternativi all’auto privata, e garanzia di accessibilità ai luoghi che per tante ragioni stanno nei centri maggiori, sia di intrattenimento e svago sia di utilità (gli uffici delle province, le università, ecc.).

In questo modo, per un verso, si riconoscono i territori per le loro specificità e si disegnano interventi che partono dall’analisi dei bisogni e dei sogni di chi ci vive, per altro verso, si cambia paradigma: il margine diventa il luogo dal quale si vede meglio anche il centro, il funzionamento complessivo del Paese; si inverte lo sguardo, per riprendere lo spirito dell’Associazione Riabitare l’Italia, si vedono risorse dove solitamente si colgono solo problemi; i territori marginalizzati sfidano le politiche centrali e standardizzate; si ridà potere alle comunità locali di disegnare il proprio futuro, favorendo la partecipazione dei cittadini e l’adozione di nuove modalità di governance, riconoscendo centralità ai comuni e ai suoi sindaci, non trascurando le culture locali e i network relazionali o di capitale sociale esistenti. 

Si può fare, luogo per luogo e con le persone che ci sono. Lo spopolamento e l’abbandono non sono un destino inevitabile, possono essere contrastati attraendo persone, anche da altri Paesi, e rallentando le partenze. Oltre al potenziamento delle opportunità di lavoro, serve: costruire servizi su misura, coinvolgendo spesso direttamente attori economici locali o della società civile nella loro gestione e, quindi, favorendo anche l’occupazione; facilitare l’accessibilità a ciò che sui territori non c’è, attraverso interventi che migliorano la viabilità e promuovono modalità innovative di mobilità.

Ulteriori approfondimenti

Cersosimo D., Licursi S. (2023), Lento pede. Vivere nell’Italia estrema, Donzelli, Roma.

Billari F. (2023), Domani è oggi. Costruire il futuro con le lenti della demografia, Egea, Milano.

Lucatelli S., Luisi D., Tantillo F. (2022), L’Italia lontana. Una politica per le aree interne, Donzelli, Roma.

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