18 Luglio, 2024

Food charity, social innovation, and food chain restructuring. Quali implicazioni per i sistemi alimentari locali?

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Studi recenti indicano la diffusione della povertà alimentare anche nei paesi più industrializzati, compresa l’Italia. Secondo un rapporto recente della FAO (2023), nel triennio 2020-2022, la percentuale di popolazione affetta da insicurezza alimentare, sia grave che moderata, varia dal 4,1% al 7,3%, con un valore centrale del 5,7%. 

Un anno prima, un’indagine simile dell’EUROSTAT aveva rilevato che circa il 7,9% della popolazione era colpito dalla deprivazione alimentare materiale, ossia l’incapacità di consumare un pasto completo almeno una volta ogni due giorni. Questi valori risentono di fluttuazioni legate alla temporanea vulnerabilità alimentare durante la pandemia e alle misure di sostegno come il reddito di cittadinanza (ActionAid, 2023).

La povertà alimentare è causata da una molteplicità di fattori interconnessi: la mancanza di infrastrutture alimentari, le disparità di reddito, la disoccupazione e l’aumento dei prezzi dei beni alimentari. Questa condizione contribuisce alle disuguaglianze sociali, con gravi conseguenze per i gruppi più vulnerabili e per le aree remote o prive di sistemi di approvvigionamento alimentare locali. La pandemia ha accentuato questa forma di ingiustizia sociale già presente in precedenza.

Per contrastare la povertà alimentare, i governi locali solitamente rivedono le proprie politiche alimentari e implementano programmi di assistenza per sostenere individui o associazioni nell’acquisto di cibo e nel ricevere supporto economico. Allo stesso tempo, le associazioni di volontariato locale e le istituzioni religiose si attivano organizzando iniziative di redistribuzione del cibo invenduto o in eccesso proveniente da supermercati, scuole e ristoranti a beneficio delle persone in difficoltà.

Queste iniziative rientrano nel contesto della beneficenza alimentare e comprendono donazioni di cibo da diverse fonti, come negozi di alimentari e ristoranti, e la loro redistribuzione attraverso banche alimentari, centri di raccolta, mense per i poveri e luoghi religiosi. In tal modo, forniscono cibo a individui o famiglie che altrimenti non potrebbero permetterselo, riducendo l’insicurezza alimentare a breve termine.

Ma sono davvero esperienze di innovazione sociale? Non esiste una definizione universalmente accettata di innovazione sociale. In questo contesto, Tracey & Scott la descrivono come un sistema di soluzioni organizzative progettate per affrontare problemi sociali radicati. Nell’ambito del Progetto europeo TEPSIE H2020, altri studiosi la concepiscono come un risultato, come un prodotto, un processo, un servizio o un modello che soddisfa contemporaneamente un bisogno sociale e contribuisce a un miglior utilizzo delle risorse. 

Una definizione esaustiva proviene dal progetto europeo SIMRA (2017), secondo cui l’innovazione sociale è una riconfigurazione di pratiche sociali in risposta a cambiamenti sociali, con l’obiettivo di migliorare il benessere della società, coinvolgendo necessariamente attori della società civile. Essa si basa su quattro pilastri: (1) la riconfigurazione di pratiche sociali, (2) la risposta a sfide sociali, (3) il miglioramento dell’outcome sul benessere sociale, (4) il coinvolgimento della società civile.

La food charity sembra aderire bene a questi quattro pilastri e costituisce un esempio di innovazione sociale. Coinvolgendo un numero maggiore di attori, la beneficenza alimentare può riconfigurare le tradizionali pratiche di distribuzione del cibo ai più bisognosi. Questo implica razionalizzare la raccolta, la conservazione e la distribuzione del cibo in modo efficiente dal punto di vista logistico. Parimenti, impone lo sforzo di ricercare beni deperibili e non, in modo che il cibo da distribuire sia anche nutrizionalmente completo (Cattivelli, 2022a). La food charity affronta la sfida sociale della povertà alimentare, ma si fa anche carico anche di ulteriori istanze sociali: diffondere pratiche di educazione alimentare, sostenere le produzioni locali attraverso la redistribuzione di beni a km0. 

In questo modo, contribuisce al benessere della società attraverso il coinvolgimento della comunità locale – in particolare volontari e donatori – e la promozione di un senso di solidarietà e responsabilità sociale. La sua realizzazione richiede la mobilitazione della comunità locale per riorganizzare la rete alimentare locale e risolvere le difficoltà nell’approvvigionamento alimentare locale attraverso soluzioni sostenibili concorrendo a una maggiore giustizia sociale. 

Le iniziative di food charity svolgono un ruolo importante nel fornire cibo a coloro che ne hanno bisogno, ma è possibile dubitare sulla loro aderenza alla teoria sopra enunciata. L’outcome sul benessere potrebbe essere limitato, poiché queste iniziative affrontano i sintomi, ma non le cause profonde della povertà alimentare. 

Spesso la beneficenza alimentare reagisce all’insicurezza alimentare fornendo cibo per alleviare la fame, senza affrontare necessariamente le cause strutturali come la povertà o l’accesso iniquo al cibo. Coloro che dipendono costantemente dalla beneficenza alimentare possono diventare dipendenti da questo sistema anziché cercare soluzioni a lungo termine per migliorare la propria situazione economica. Alcune persone possono sentirsi imbarazzate o stigmatizzate nel richiedere assistenza alimentare, con l’effetto di ostacolare l’accesso ai servizi di beneficenza.

Quanto alla ristrutturazione della catena alimentare, mettendo in circolo beni alimentari in eccesso, la food charity ricolloca a favore di coloro che ne hanno bisogno beni che altrimenti sarebbero destinati al macero. Riduce quindi lo spreco alimentare, stimola l’economia circolare e la gestione sostenibile delle risorse alimentari. Questi beni sono per lo più beni non deperibili nel lungo periodo e potrebbero essere anche distribuiti dopo molto tempo la raccolta. Potrebbero tuttavia essere anche sottoprodotti o prodotti invenduti. La food charity spesso riceve donazioni di cibo che potrebbero non essere più commercializzabili a causa di difetti estetici o prossimità alla data di scadenza. Tuttavia, questo cibo può ancora essere consumato in modo sicuro e nutritivo, contribuendo a ridurre lo spreco.

La messa dei beni alimentari in eccesso in circolo richiede una riflessione approfondita sulla gestione del sistema di stoccaggio e implica la riorganizzazione dei flussi di distribuzione, oltre che la costituzione di veri e propri centri – food banks – come depositi per la raccolta e la distribuzione. La predominanza di beni non deperibili nella distribuzione potrebbe indurre chi li riceve a consumare prevalentemente questi prodotti, poiché impossibilitati all’acquisto di altri beni deperibili come frutta e verdura, difficilmente raccolti e distribuiti dai centri di raccolta. 

Un simile comportamento potrebbe influenzare negativamente l’equilibrio nutrizionale delle diete, accentuando il consumo di carboidrati a discapito di vitamine e proteine. Allo stesso tempo, la gestione dei sistemi di raccolta richiede di riflettere sull’impiego del volontariato e sulla sua corretta gestione. La movimentazione di cibo infatti richiede un impegno quotidiano significativo e talvolta può risultare difficile garantire la presenza di volontari con disponibilità oraria elevata. Poiché il loro impegno è limitato in media ad alcune ore alla settimana, la raccolta e la distribuzione di cibo potrebbero subire dei rallentamenti. 

Infine, la food charity potrebbe passare attraverso specifici accordi tra le stesse associazioni di volontariato e le grandi imprese di trasformazione alimentare. Tali accordi favoriscono la messa in circolo del cibo, la sua raccolta e la sua distribuzione, ma possono degenerare in iniziative di green washing. Oppure la food charity potrebbe aprire altri canali con altre forme di produzione, quali per esempio, gli ortisti che coltivano gli orti urbani e che molto spesso producono molto di più di consumano (Cattivelli, 2022b).

La configurazione della food charity quale iniziativa di innovazione sociale o il suo contributo alla ristrutturazione delle locali catene alimentari sono quindi oggetto di un fertile dibattito. I contributi pervenuti ed inclusi in questo numero della rivista lo arricchiscono con interventi che aprono un confronto di sicuro interesse.

Ulteriori approfondimenti

ActionAid. (2023). Quarto rapporto sulla povertà alimentare. Milano: ActionAid.

Cattivelli, V. (2022a). Social innovation and food provisioning initiatives to reduce food insecurity during the Covid-19 pandemic. Cities.

Cattivelli, V. (2022b). The contribution of urban garden cultivation to food self-sufficiency in areas at risk of food desertification during the Covid-19 pandemic. Land Use Policy, 120, 106215. 

FAO (2023). The State of Food Security and Nutrition in the World 2023. Rome: FAO

SIMRA Project (2017). Deliverable D2. Classification of SI for marginal rural areas in the target region. Available online: http://www.simra-h2020.eu/index.php/deliverables/

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