18 Aprile, 2024

L’abbordabilità dentro e fuori Milano: prospettive di ricerca e per le politiche

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Le rilevazioni di OCA, esposte nel libro “Milano per chi? Se la città attrattiva è sempre meno abbordabile” (Letteraventidue, 2024) e nell’articolo “Se il lavoro non basta più: la crisi di abbordabilità della casa a Milano in numeri” in questo stesso numero di DiTe, danno il senso dell’inabbordabilità del mercato residenziale alle attuali condizioni offerte dal mercato del lavoro. Come abbiamo mostrato, anche i quartieri più periferici stanno perdendo la capacità di rappresentare un bacino di abitazioni abbordabili a chi ha un reddito medio o basso. Nemmeno in questi ambiti più periferici si può acquistare una casa dignitosa. Il quadro disegnato dai dati raccolti sembra prospettare che sia già in corso un importante fenomeno di spillover verso i comuni di cintura, corrispondente al fatto che le abitazioni abbordabili per categorie reddituali medio basse si stanno progressivamente spostando verso l’esterno della città. 

La mancata rispondenza dell’offerta abitativa ai redditi reali risulta problematica sia dal punto di vista di giustizia sociale – per chi è la città? – che da quello di efficienza. Essa inficia il funzionamento stesso della dimensione urbana e delle economie “fondamentali” che la compongono, ovvero di quei settori legati alla produzione di beni e servizi indispensabili al benessere generale, necessari alla vita quotidiana e usufruiti dai cittadini ogni giorno. 

Sono ampie le categorie di lavoratori a basso reddito, sempre meno nei settori produttivi e sempre di più nei servizi (es. servizi alla persona, servizi di pulizie, manutenzione) il cui lavoro si svolge all’interno della città, ma che sono spinte altrove per via della difficoltà nel trovare casa a costi accessibili. 

Si tratta di un fenomeno che la letteratura di Economia urbana qualifica come filtering-down, filtrazione spaziale per reddito, che si declina in una “dispersione insediativa” dei redditi più bassi verso luoghi con opportunità abitative a basso costo, dove altrimenti non vi sarebbe alcun motivo di trasferirsi. La spinta centrifuga dalle città è un fenomeno di lunga durata, consolidato da lungo tempo nel Nord America e più recentemente anche in Europa e in Italia con l’espansione delle città e crescenti fenomeni di sprawl (Camagni et al., 2002). 

Nelle maggiori città italiane questo fenomeno ha avuto numeri piuttosto elevati, specialmente in quelle che oggi sono individuate come città metropolitane, producendo fenomeni di dispersione di natura suburbana e regionale. Nel corso della seconda metà del Novecento, è stato anche il riflesso delle mutate preferenze insediative delle classi medie, ma si è sempre legato a una questione di affordability, che oggi interessa categorie che si potevano supporre tradizionalmente “al sicuro”. 

L’allargamento della sfera urbana è un fenomeno indiscutibile. L’espansione delle infrastrutture stradali e ferroviarie (in Italia più le prime che le seconde) ha “avvicinato” contesti in precedenza prevalentemente rurali ai centri città, alimentando a partire dagli anni Settanta il mito di uno stile di vita che combinasse l’accesso alle opportunità lavorative dei grandi centri con la tranquillità di contesti residenziali meno densi (Camagni et al., 2002). Ciò, naturalmente, si è combinato con un aumento molto rilevante del pendolarismo. A Milano, il pendolarismo centripeto – persone che ogni giorno entrano nel Comune principale da quelli esterni per ragioni di studio o lavoro – rappresenta un fenomeno importante: i flussi stimati ammontano a 650mila persone. Grandi “contingenti” di persone che impiegano una parte importante del loro reddito e del proprio tempo nello spostamento quotidiano. L’effetto è di ridurre la quota di reddito residuo impiegabile nell’acquisto di altri beni e servizi, il tempo residuo disponibile per altre importanti attività quotidiane (la cura familiare e personale, lo svago, la cultura ecc.) con uno sradicamento che genera rilevanti esternalità negative.

La regione urbana milanese, in evidenza il tessuto urbano residenziale esistente (per densità), le principali strade (in rosso), linee ferroviarie (giallo) e linee metropolitane (arancione). Elaborazione OCA su fonti varie.

L’aspirazione a una casa immersa nel verde suburbano a costo di stressanti spostamenti sembra essere diminuito, in favore di una maggiore propensione a vivere in contesti caratterizzati da elevata urbanità. Si tratta di una nuova spinta centripeta delle classi medie – mossa da preferenze culturali e necessità lavorative – che, combinandosi con le dinamiche di finanziarizzazione e turistificazione delle abitazioni, spinge in alto i valori immobiliari nei centri urbani e aumenta la filtrazione verso l’esterno dei nuclei a reddito basso e medio-basso. Questi, pur preferendo magari localizzarsi in prossimità del lavoro e delle proprie reti sociali, non possono farlo per gli alti costi e vengono in tal modo “espulsi” dalla città. Nei contesti di arrivo, diversa è la dotazione di infrastrutture sociali e materiali, diverse le condizioni che possono accompagnare e favorire l’integrazione della nuova popolazione insediata, comunque costretta a pendolare quotidianamente verso i luoghi di lavoro e gravitazione nella città centrale. 

La dinamica dei prezzi abitativi alimenta frequentemente un trasferimento non desiderato, un’espulsione e dispersione i cui costi vengono sostenuti sia dai diretti interessati (ad esempio, in termini di tempo perso per spostarsi) sia dalla collettività in termini di spesa pubblica (per integrare infrastrutture e servizi nei luoghi di insediamento) e di costi sociali (ad esempio, nella congestione delle arterie radiali di trasporto nelle ore di punta oltre che per gli effetti di disgregazione sociale che si producono in contesti poveri di coesione e di dotazioni culturali).

Lo slancio verso modalità di lavoro alternative a quello “sul posto” sembrava poter modificare radicalmente la consistenza di questo fenomeno, ma non sembra esserci stata l’accelerazione che alcuni si aspettavano e le attività lavorative sono rimaste saldamente ancorate alle città centrali – soprattutto a Milano. Inoltre, è indubbio che per certi settori lavorativi a basso reddito e nei settori dei servizi fondamentali il lavoro a distanza non avrà mai dimensioni significative. Le persone con redditi bassi sono quindi obbligate a una scelta difficile: spendere per la casa più di quanto il proprio reddito potrebbe sostenere, oppure spostarsi in zone sempre più periferiche, alimentando la dispersione insediativa e il pendolarismo. 

Le conseguenze pesano in primis sulla loro vita quotidiana. Si pensi all’erosione del tempo libero connessa allo spostamento per motivi lavorativi, un tema molto noto alla categoria dei pendolari. Ma anche alla riduzione di legami relazionali, di minore accesso a servizi di qualità, di rischio di isolamento (nel caso venga meno la possibilità di spostarsi) e infine anche di identificazione con l’ambiente di insediamento quando si conduce una vita divisa tra funzione residenziale, funzione lavorativa e tutte le altre funzioni. 

Le città diventano dei veri e propri “dissipatori” in cui una parte consistente delle energie e delle risorse (economiche e temporali) delle persone vengono quotidianamente spese nel superamento della divaricazione spaziale tra la residenza e le funzioni necessarie alla vita quotidiana, generando diseconomie e costi sociali.

Il lavoro di OCA punterà a verificare e precisare queste intuizioni, nutrendole di dati quantitativi e qualitativi.

Ulteriori approfondimenti (eventuale)

Bricocoli M., Peverini M. (2024), Milano per chi? Se la città attrattiva è sempre meno abbordabile, Siracusa: Letteraventidue.

Bricocoli M., Peverini M. (2023), Non è una città per chi lavora. Costi abitativi, redditi e retribuzioni a Milano, Primo rapporto di ricerca OCA sull’abbordabilità della casa. Disponibile online: https://oca.milano.it/report-2023/ 

Camagni R., Gibelli M.C., Rigamonti P. (2002), I costi collettivi della città dispersa, Firenze: Alinea.

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