22 Febbraio, 2024

Una difesa critica della spiaggia all’italiana

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Già dal titolo di questo breve contributo mi metto nei guai: parlare di spiaggia all’italiana significa generalizzare grossolanamente. Mi riferisco tuttavia ad alcune spiagge e mete turistiche: i ‘bagni’ ad alta densità allineati ormai da quasi un secolo lungo le spiagge del Veneto, Lido di Venezia compreso, della Romagna, della Toscana e di parti del Lazio o di quelli ad altissima densità – per via delle ridotte dimensioni dell’arenile – come gli stabilimenti del litorale marchigiano o ligure, progenitori questi ultimi della spiaggia edificata e gestita in ogni suo metro quadrato.

Nell’esporre il perché di questa mia difesa critica non posso non dichiarare fin da subito la mia riminesità, essendovi nato e frequentando per la terza generazione consecutiva lo stesso bagno, che a Rimini si dice ‘bagnino’ identificando quindi struttura e gestore in un unicum che ha pochi paragoni in Italia e nel mondo. Condivido ogni parola espressa da Antonio Calafati nella bella intervista condotta da Matteo D’Ambros per il n. di DiTe del marzo 2022 e mi spingo a criticare sia i tanti governi italiani che negli ultimi 17 anni si sono dimostrati incapaci di affrontare la questione ‘balneari’, sia l’architettura sempre più rococò del governo sovranazionale europeo, dominato da una tecnocrazia di scuola ultra e neo-liberista di cui il politico liberale olandese Frederik ‘Frits’ Bolkenstein è stato perfetto interprete in qualità di Commissario europeo per il mercato interno, la tassazione e l’unione doganale durante la presidenza di Romano Prodi, dal 1999 al 2004.

Mi oppongo all’applicazione della Direttiva 2006/123/CE, comunemente detta ‘Bolkenstein’, perché ideologicamente contrario ai suoi principi globalizzanti quindi omologanti e indifferenti alla differenza, alle specificità locali, che possono anche essere considerate un freno o un ritardo ma sono impresa locale con cui è necessario confrontarsi, negoziare, anche aprire conflitti ma che non può essere cancellata con una norma tanto asettica quanto pericolosa a partire dal principio su cui si basa, vale a dire quello della concorrenza. Un principio sempre più fagocitato da quello di competizione (rimando alla profonda differenza etimologica dei due termini), di cui Frederik Bolkenstein, dipendente per 16 anni della Shell e poi, dopo la parentesi da Commissario europeo, direttore generale del suo ramo chimico è, ancora una volta, perfetto interprete. La supposta concorrenzialità delle politiche ultra-liberiste infatti pretende che al fine di ottenere innovazione, maggiore qualità e riduzione dei prezzi al consumatore le realtà produttive locali dello spazio economico europeo, anche quelle di tipo familiare, debbano essere messe in competizione nel grande mercato internazionale; vale a dire anche con i gruppi industriali e finanziari che dominano quello stesso spazio che è parte integrante del mercato globale; con la certezza di soccombere. È quanto è accaduto al mondo del credito, con la quasi scomparsa delle piccole banche locali, accusate – spesso a ragione – di ogni nefandezza, ma anche storicamente capaci di sostenere lo sviluppo locale. È accaduto nel settore delle ex-municipalizzate per i servizi energetico-idrico-ambientali, con la creazione di multi-utility sempre più predatorie nei confronti delle comunità che dovrebbero servire; accade nell’agricoltura sempre più fagocitata dall’agro-industria e dalla finanza; è, infine, accaduto nel settore del commercio al dettaglio per mano della Grande Distribuzione Organizzata. Non si tratta di rimpiangere il passato o le precedenti strutture economiche ma di essere consapevoli che un tale processo di concentrazione e di ‘separazione’ dal locale potrebbe avvenire anche nel caso degli stabilimenti balneari.

Se verrà attuata la Bolkenstein avremo quasi certamente una sana competizione fra rami finanziari di grandi gruppi imprenditoriali, assicurativi e della GDO, di rango nazionale e internazionale, e piccoli operatori locali per le destinazioni turistiche maggiormente attrattive, senza escludere l’ingresso della malavita organizzata con i suoi capitali da riciclare. La schiera dei concessionari, i ‘bagnini’, molto spesso una compagine ‘anarcoide’ e individualista, che pure ha grandi responsabilità, sempre occultate e incentivate dal corporativismo della politica italiana, si perderà, lasciando il posto a legioni di dipendenti occasionali, quasi certamente assunti con contratti a somministrazione o a voucher, diretti da manager a cui saranno affidate le aree territoriali.

Non si capisce per quale ragione i governi italiani di destra e di sinistra hanno preferito delegare a una norma internazionale, marcatamente ideologica e profondamente asimmetrica nelle regole del gioco che impone, l’ammodernamento di un settore strategico per l’economia nazionale che dovrebbe invece essere perseguito attraverso stringenti negoziazioni fra Stato, Regioni, Comuni coinvolti e categorie produttive interessate? Se andrà come sembra, sarà l’ennesima occasione mancata sia per valorizzare il supposto e mitizzato made in Italy, sia per supportare la piccola impresa. E anche per rigenerare gli stabilimenti balneari all’italiana, una peculiarità nazionale con tanti difetti ma anche tanti e differenziati pregi, come quello di sapersi ciclicamente reinventare. L’esempio di successo del Parco del Mare di Rimini dimostra che quando un Sindaco e un’amministrazione hanno una visione di cambiamento e di miglioramento, quando sono capaci di negoziare con attori importanti come gli operatori turistici romagnoli, i progetti di rigenerazione dello spazio urbano delle marine possono essere realizzati, creare consenso e spingere gli operatori economici (i ‘bagnini’) a investire e rigenerare a loro volta lo spazio/bene comune concessogli dallo Stato, a volte molti decenni fa.

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