11 Febbraio, 2026

Si scrive spiaggia ma si legge città

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Quid Noctis? A che punto è la notte per le località balneari che eravamo abituati a incontrare a giugno e dimenticare a settembre?

Ormai da qualche anno perdiamo il sonno a causa di questo plenilunio interpretativo: la Direttiva Bolkenstein applicata alle concessioni demaniali. La sua assonanza fonetica con il mostro creato da Victor Frankenstein probabilmente non ha deposto a suo favore, nomen omen, ma tant’è: rappresenta la cruna decisoria dell’ago per la quale passa una parte del nostro futuro urbano.

In realtà io credo che ormai si sia capito – si scrive spiaggia ma si legge città – che lo tsunami giuridico che ha raggiunto in questi anni le coste italiane (con parziale esclusione, ad esempio, di quelle venete che da tempo hanno avviato un percorso di innovazione fondato sulla concorrenza) può alimentare un ragionamento più ampio e stimolante. La figura immensa delle spiagge si distribuisce lungo tutto lo stivale. Lo stato di salute delle spiagge non deve riguardare solo gli attori pubblici e privati del comparto, ma la Comunità estesa che ormai la abita (e quindi la possiede) ben oltre i limiti stagionali che il Secolo Veloce aveva consolidato per consuetudine. Una Comunità a sua volta divenuta articolata e dinamica, che ha già cambiato costume (è proprio il caso di dirlo!) e vuole esibirlo a prescindere dalla rigida alternanza delle stagioni.

Perché accade questo? Non credo solo per ragioni climatiche, ma perché il nostro alfabeto urbano sta già evolvendo in un cittabolario più complesso, orientato ben oltre il modello fordista di uso della città. Esso declina nuovi paesaggi e nuove relazioni spaziali anche nei luoghi cresciuti su base stagionale (appunto le località balneari), ma ora predisposti ad essere il centro di immaginari contemporanei. Luoghi che non debbono tramutarsi nelle scene di un film, ma piuttosto nelle scene di un progetto Lego, capaci di aiutare la città a essere smontata e rimontata con i suoi stessi pezzi. Il cambiamento potrà essere radicale, ma al tempo stesso tutto deve essere come già lì, affinché il nuovo paesaggio appaia sedimentato nel contesto esistente.

Questa notte di plenilunio mi fa tornare a mente le parole che Lucio Dalla dedicò alla città di Rimini nel 2007 – “Rimini amami seguimi, solo così si resta giovani” – e che in questo ragionamento divengono il coro per un progetto che assume la responsabilità di dare un volto ai litorali del nostro Paese, nei quali il paesaggio presente si può manifestare grazie ad una maggiore libertà interpretativa. Del resto, se vediamo le città storiche attrezzare nuove spiagge lungo i propri fiumi (a Parigi, a Londra, a Berlino è tutto un fiorire di nuovi spazi per il loisir in riva) perché stupirsi di un nascimento urbano nelle città di mare? Nelle prime si agisce già con azioni di rigenerazione, nelle seconde si può operare con azioni di vera e propria generazione: generazione di valore (perché un’attività commerciale può stimare di restare aperta tutto l’anno) e di senso (perché la spiaggia e il lungomare in realtà sono parchi lineari mutevoli e adattabili, possono divenire d’estate un luogo di condivisione sotto l’ombrellone e d’inverno un luogo altrettanto necessario).

Sono fenomeni che a mio parere trovano spiegazione nel transito dalla “città alfabetica” (quella che gli amministratori pubblici e i pianificatori hanno governato a colpi di zonizzazione con le prime sei lettere dell’alfabeto durante una fase di crescita senza limite) alla “città di relazione” (quella che pone come proprio presupposto esistenziale il contenimento del consumo di suolo, il riuso dei luoghi anche in forma temporanea e una curva demografica a pendenza negativa). La città di relazione è uno spazio dove i sistemi di riferimento dell’homo urbanus nel suo primo vero secolo di esistenza vengono sostituiti da nuovi paradigmi tutti da declinare e interpretare; è una palestra in cui sperimentare i nuovi indicatori di futuro; è una “città paesaggio”, il cui compito non è quello di assonnare il pensiero sotto l’ombrellone ma piuttosto di essere perturbante, sconcertante, strabiliante e scatenare una riflessione sui linguaggi del nostro Contemporaneo. In particolare le località marine, ora divenute città, sono una rinnovata forma pioniera, che un tempo ospitava i primi passi del turismo di massa e oggi i primi passi del pendolarismo di massa, del quale saremo chiamati a tracciare l’identità e a stabilire una narrazione all’altezza del suo valore.

E tutto questo, come dice Victor Frankenstein del film tratto dal romanzo, “si può fare”!


Nota: L’intervista è stata realizzata a marzo 2022