15 Giugno, 2024

La spesa dei comuni per i servizi sociali: trend e divari territoriali

Tempo di lettura: 5 minuti

Elaborando gli ultimi dati del Sistema Conti Pubblici Territoriali aggiornati al 2021, è possibile affermare che la spesa pubblica italiana per la sanità è pari a 2.179 euro pro capite, mentre per gli interventi in campo sociale si attesta a 1.474 euro per abitante. L’oggetto del presente articolo è una parte di queste spese, ossia la quota di risorse spese dai comuni per i soli servizi sociali al 2020, ultima annualità per la quale sono disponibili i dati Istat.

Di fatto i comuni sono responsabili degli interventi e dell’offerta di servizi socio-assistenziali destinati ai propri cittadini e nel 2020 la loro spesa per tale funzione raggiunge i 7,85 miliardi di euro, pari allo 0,47% del PIL, il 4,3% in più rispetto al 2019 e il 14,4% in più rispetto al 2013 (Figura 1). 

L’aumento significativo registrato nel 2020 è giustificato dalla necessità di fronteggiare i nuovi bisogni assistenziali derivanti dall’emergenza sanitaria esplosa con il Covid-19 e della conseguente crisi economica e sociale. 

Figura 1 Spesa dei comuni per i servizi sociali (miliardi di euro), 2013-2020 Fonte: elaborazioni IFEL-Ufficio Studi e Statistiche Territoriali su dati Istat, 2012-2020

A livello pro capite si tratta di 132 euro di spesa comunale per i servizi sociali (nel 2013 il dato si attesta a 114 euro per abitante) con differenze molto ampie a livello di ripartizione geografica (Figura 2): nel Mezzogiorno la media è pari a 87 euro, circa la metà dei 161 euro registrati al Nord. 

I divari a livello territoriale appaiono strutturali, con un Nord sempre al di sopra del resto del Paese, un Centro che insegue ed un Mezzogiorno perennemente in affanno, con valori mai superiori agli 80 euro pro capite, ad eccezione proprio dell’ultimo anno.

In particolare, scendendo a livello regionale, si riscontrano dati davvero eterogenei: dai 28 euro pro capite della Calabria ai 413 euro per abitante del Trentino-Alto Adige (Figura 3).

Tra le regioni del Mezzogiorno spicca la Sardegna che, con 283 euro di uscite per cittadino, è seconda a livello nazionale.

Figura 2 – Spesa dei comuni per i servizi sociali (euro pro capite), per ripartizione geografica, 2013-2020 Fonte: elaborazioni IFEL-Ufficio Studi e Statistiche Territoriali su dati Istat, 2013-2020
Figura 3 – Spesa dei comuni per i servizi sociali (euro pro capite), per regione, 2020 Fonte: elaborazioni IFEL-Ufficio Studi e Statistiche Territoriali su dati Istat, 2023

Nel 2020 il 36% della spesa dei comuni per i servizi sociali è utilizzata per interventi e servizi, il 32% viene assorbita dalle strutture, mentre la restante parte (31%) è costituita dai trasferimenti in denaro. Tale composizione percentuale è piuttosto stabile negli anni ma fino al 2019, perché nel 2020 si registra un balzo improvviso della spesa erogata sotto forma di trasferimenti in denaro, aumentati rispetto all’anno precedente del 22,7%, attestandosi a 2,46 miliardi di euro (Figura 4). 

Figura 4 – Spesa dei comuni per i servizi sociali (miliardi di euro), per tipologia di spesa, 2013-2020. Fonte: elaborazioni IFEL-Ufficio Studi e Statistiche Territoriali su dati Istat, 2013-2020

Nel periodo analizzato, ossia il 2013-2020, le spese dei comuni per i servizi sociali hanno un andamento differente anche in base all’area di utenza alla quale sono indirizzati.

Come prima anticipato, a livello complessivo la variazione percentuale della spesa è pari al 14,4%, ma oscilla da un minimo del -33,5% nel caso delle dipendenze da alcol e droga, fino ad un massimo di circa il +95% per la povertà ed il disagio di adulti e senza dimora. La spesa per tale categoria di utenti non è cresciuta progressivamente come avvenuto per gli immigrati, i Rom, i Sinti e i Caminanti, ma è balzato improvvisamente a 959 milioni di euro nel 2020, quasi raddoppiando rispetto all’anno precedente (Tabella 1). 

Si rileva, inoltre, un preoccupante decremento della spesa per anziani pari al -7,1% nel periodo di tempo esaminato, un dato in controtendenza con il progressivo invecchiamento della popolazione in Italia. Il nostro Paese si caratterizza, infatti, per una struttura anagrafica di tipo regressivo (quando il numero di anziani supera quello dei giovani), basti pensare che nel 2023 si contano 14 milioni di over65, il 24,1% della popolazione totale in Italia, destinati a crescere secondo le stime Istat fino al 33% del totale della popolazione che vivrà nel nostro Paese nel 2065.

Tabella 1 Spesa dei comuni per i servizi sociali (milioni di euro), per area di utenza, 2013-2020
Area di utenza20132014201520162017201820192020Var. % 2013/2020
Famiglia e minori2.6842.6692.6702.7322.7632.8372.8602.8988,0%
Disabili1.7241.7421.7611.7961.8752.0052.0871.96313,9%
Dipendenze3229262725252321-33,5%
Anziani (65 anni e più)1.3411.3591.2771.2391.3041.2881.2671.245-7,1%
Immigrati, Rom, Sinti e Caminanti20024728233934835233033768,2%
Povertà, disagio adulti e senza dimora49248851353553656355595995,0%
Multiutenza3903863833873984014014258,9%
Totale6.8636.9196.9127.0557.2487.4727.5227.84814,4%
Fonte: elaborazioni IFEL-Ufficio Studi e Statistiche Territoriali su dati Istat, anni vari

*Il lavoro riflette esclusivamente le opinioni degli autori senza impegnare la responsabilità dell’Istituzione di appartenenza.

Ulteriori approfondimenti

IFEL e Federsanità (2023), Salute e territorio. I servizi socio-sanitari dei Comuni italiani – Rapporto 2024.
ISTAT (2023) – Istituto Nazionale di Statistica Italiana
ISTAT, Indicatori demografici e Scenari demografici

Articoli correlati

Salute e territorio: quali connessioni?

L'analisi dei dati ISTAT sulle spese comunali del 2020 rivela l'impatto della pandemia sulla sanità territoriale. Mentre alcuni interventi sono stati interrotti per la paura del contagio, altri hanno richiesto maggiori risorse. Il PNRR ha avviato riforme attese da tempo, come il DM 77, definendo modelli per l'assistenza territoriale. È cruciale concentrarsi sulla sanità di prossimità, specialmente nelle aree interne. Il concetto di One Health guida le politiche, evidenziando l'interconnessione tra ambiente, salute umana e animale. L'Italia, nonostante un'elevata aspettativa di vita, affronta sfide demografiche. È necessario riorientare le politiche per affrontare le patologie croniche, garantendo la sostenibilità del sistema sanitario.

Il PNRR per il socio-sanitario: le riforme previste

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è fondamentale per la ripresa post-pandemia in Europa. In Italia, si focalizza su inclusione e salute, destinando rispettivamente il 9% e l'8% del budget. La Missione 5 mira a riformare l'assistenza alle persone disabili e anziane non autosufficienti, mentre la Missione 6 si concentra sulla sanità territoriale e l'innovazione. Tuttavia, manca un'approccio integrato tra le due missioni, nonostante la chiara interconnessione tra salute e qualità della vita quotidiana, come dimostrato dagli impatti della pandemia da Covid-19.

Le regole per la sanità (e la salute) di prossimità

La salute è un sistema che interviene con azioni diverse sulla malattia ma è anche gioco d’anticipo sulla stessa. Un anticipo che, senza una visione di lunga durata e di pervasività nella società, appare spesso come una spesa rinviabile o un optional. La prevenzione, nelle sue diverse sfaccettature, la medicina di prossimità, le prestazioni a domicilio, sono, al contrario, un investimento obbligatorio sul futuro, strettamente connesso all’uso delle risorse (umane, tecnologiche, economiche) disponibili sul territorio.

La struttura demografica italiana e l’importanza dell’integrazione socio-sanitaria

L'Italia affronta una struttura demografica regressiva con un numero sempre più alto di anziani rispetto ai giovani. L'indice di vecchiaia nel 2023 è del 193,1%, indicando una popolazione anziana in crescita. La bassa natalità e l'incremento dell'aspettativa di vita creano sfide per il sistema socio-sanitario. La Legge n. 33 del 2023 si propone di affrontare queste sfide promuovendo politiche per l'invecchiamento attivo e l'assistenza agli anziani non autosufficienti. L'integrazione tra servizi sanitari e sociali diventa cruciale per la sostenibilità del sistema.

L’autonomia regionale differenziata è una secessione dei ricchi

L’autonomia differenziata configura una autentica “secessione dei ricchi” perché amplifica enormemente i poteri delle Regioni, pregiudicando disegno e attuazione delle politiche pubbliche nazionali e ampliando le disuguaglianze territoriali. Il trasferimento delle risorse alle Regioni è definito da commissioni stato-regione privando il Parlamento delle proprie potestà.