Tornare nei pressi dell’essere. Agire in un «corpo a corpo con alcuni filosofi», scelti per sottrarre loro frammenti che ci possano tornare utili. E soprattutto non pensare mai di cogliere oggettivamente e metodicamente un orizzonte assoluto e condiviso. Che ha a vedere tutto ciò con il progetto urbanistico e architettonico? O meglio, che ruolo hanno queste pratiche nel fare progetto per la città? Viviamo e agiamo in un tempo fosco, in cui ci pare di correre verso un precipizio inevitabile, fatto di aumento delle diseguaglianza, di cambiamento climatico, di guerra e di incapacità di relazione. Nella corsa verso quello che sembra un ineludibile collasso, il volume di Pasqui ha la pregevole funzione di pietra d’inciampo, di messa in corto circuito del processo frenetico. L’autore infatti non disvela un percorso alternativo, non offre una strada sicura e alternativa alla corsa verso il baratro, egli piuttosto ci suggerisce di abbandonare una linea sicura a favore di un campo aperto e indefinito in cui muoversi liberamente. I filosofi e il progetto per la città è, più che un libro, un luogo, una biblioteca critica, che si può percorrere in diverse direzioni accompagnati dall’autore.
Con garbo schietto Pasqui ci avvisa subito che non ci sarà nulla di oggettivo e assoluto nel viaggio, che ci porterà a scoprire la sua personale e parziale traiettoria, frutto dei suoi incontri con alcuni grandi pensatori, e che altrettanto parziale sarà la scelta dei filosofi con cui avremo a che fare nel volume. Allo stesso modo, proprio in virtù di questa arbitrarietà, gli stimoli e le indicazioni che traiamo dall’opera non risuoneranno per ciascuno allo stesso modo: pur nella loro chiarezza esplicita, essi si comporranno inevitabilmente in forma diversa per ogni lettrice o lettore, a seconda delle proprie tensioni intellettuali. Per non disperdere questa indicazione radicale, in queste poche righe mi limiterò a raccontare gli spunti, in alcuni casi veri e propri compiti, che io traggo dall’opera, nell’ordine in cui maggiormente mi sono utili come costellazione di senso per le mie personali «ossessioni di ricerca» (p. 68).
L’incombenza più forte che Pasqui ci affida ha la forma di un ammonimento: «dobbiamo abbandonare ogni pretesa tecnocratica e ogni scientismo» (p. 183). L’ipotesi che le risposte alla condizione urbana di oggi siano un tema di tecnologie smart, di indicatori e di algoritmi di risposta è avversata a più riprese dall’autore. Una rotta chiara con cui percorrere il volume è certamente questa. Attraverso di essa l’autore ci impone una necessità stringente: «sospendere la fiducia nelle possibilità autoregolative di una formazione economico-sociale, quella del capitalismo globalizzato che ha sempre più omologato luoghi e spazi» (p. 142). Parlare di progetto di città (o progetto per la città) a partire dall’abbandono della fiducia verso il globale omologato è già di per sé un atto progettuale: espunge dalla matita le scorciatoie autoassolutorie, le prassi consolidate e le soluzioni passepartout.
La diretta conseguenza della negazione delle procedure standardizzate è l’imposizione di una coazione alla specificità. Se non è possibile operare in maniera scientifica, oggettiva e automatica, l’unica strada che resta è arrendersi alla responsabilità dell’Io progettante. Quella dichiarazione di parzialità nelle scelte e negli incontri che abbiamo individuato nelle prime pagine, ritorna qui come compito che Pasqui affida al progettista. Un nucleo fortissimo del testo è infatti il tema della responsabilità personale, singolare, autoriale. «Ciò permette forse di fare esperienza di spostamenti di senso e aprire a prospettive diverse i nostri stessi discorsi e le nostre pratiche di progetto» (p. 16).
Ponendo un forte accento sulla scelta, sulla responsabilità, Pasqui mette in discussione una caratteristica contemporanea delle culture del progetto. Dagli anni Settanta a oggi assistiamo a una disconnessione incoerente tra un forte avanzamento nell’apparato teorico ed etico del progetto, e d’altra parte a un’assenza, quando non un arretramento, nelle pratiche del fare città. Il volume qui attraversato si prodiga a più riprese di mostrare quanto in questi anni il progetto si è nutrito di condimento teoretico, ammantandosi delle parole di autori come Heidegger (e molto anche di Foucault, o più recentemente di Sassen, aggiungo immodestamente io), ma curandosi di renderli inoffensivi. Pasqui, nel tornare agli autori, invoca una «sospensione», che io spero definitiva, «della distinzione tra teoria e pratica e del riconoscimento della natura pervasiva dei discorsi» (p. 27).
Bruciate le navi per poter tornare pacatamente indietro dopo aver condiviso le intuizioni di un autore, rivendicato l’operato pratico necessario del pensiero, Pasqui avanza nella sua costruzione culturale affidando ai lettori «il compito di pensare in modo radicale la questione climatica come urgenza del pensiero e della pratica del progetto» (p. 183). Dichiara che «Un progetto ecologico è un progetto politico o non è» (Ibidem) e si incarica di intrecciare in maniera inseparabile le scelte progettuali locali con il tema della giustizia spaziale. Introduce così un nuovo livello per la responsabilità a cui a più riprese il libro ci chiama, una responsabilità politica ed etica nel senso più alto, civile.
In questo trittico di responsabilità, statuto poietico del progetto, regime politico delle questioni urbane, Pasqui applica alle questioni del progetto urbanistico e architettonico il più forte gesto del pensiero filosofico europeo, pratica Heidegger e non solo lo nomina: ci mette di fronte all’essere, ci costringe a guardare nell’abisso. Non si tratta però di uno stare nei pressi dell’Essere nelle forme heideggeriane universali dell’esistenzialismo. Pasqui ci accompagna piuttosto a stare nei pressi di un Essere singolare, parziale, personale, il suo, e così ci chiede di praticare lo stesso. L’ultima rigorosa chiamata del volume ai progettisti ha per me il suono di un Nietzsche qui assente, ma che risuona come convitato di pietra: Hic Rhodus, hic salta. Un aforisma parafrasabile qui come: voi che progettate, disvelate nelle vostre pratiche chi affermate di essere e dichiarate nella vostra parola ciò che vi accingete a fare.
Come possiamo vivere insieme? Infine giungiamo alla cupola dell’architettura culturale del volume, a quella che Pasqui chiama esplicitamente la sua ossessione: «La mia ossessione si manifesta nel tentativo di corrispondere, se non di rispondere, a questa domanda» (p. 69). Se siamo certamente oltre la fine delle certezze moderne, siamo altrettanto lontani da un nuovo paradigma per l’urbanistica e l’architettura, capace di rispondere alle grandi pressioni dell’oggi. Forse solo continuando a masticare genuine domande di senso come questa, mettendole alla prova al contempo nella teoria e nelle pratiche, possiamo rimettere all’opera le forme e le culture del progetto per la città, alla ricerca di nuovi modi per convivere in questo orizzonte fosco. Il più grande merito di questo volume è forse di indicarci una via di confronto con i pensatori, suggerendoci di farlo a partire dalle nostre ossessioni e idiosincrasie, rinunciando alle scuse della tecnica e dell’impersonalità, come pratica autentica per il progetto per la città.
Approfondimenti
Pasqui, G. (2025). I filosofi e il progetto per la città. Mimesis.


