I filosofi e il progetto per la città è un saggio complesso e articolato, capace di parlare a una platea di lettori diversificata. Alcune occasioni di discussione pubblica hanno già dimostrato quanto il contributo si presti a un confronto tra studiosi di campi del sapere diversi. Tanto per cominciare, ovviamente, i filosofi e coloro che si dedicano a progettare lo spazio urbano.
Nel portarci con sé in visita a una famiglia di pensatori, Gabriele Pasqui ci avverte di quanto sia importante «assumere il punto di vista degli autori, quando si costruisce qualcosa con i loro concetti» (p.43), «evitando di piegare i loro testi alle nostre intenzioni» (p.42). Ora, qual è il punto di vista dell’autore nella scrittura di questo libro? È il punto di vista di chi pratica lo studio della filosofia, da tempo e con passione, attraverso un costante dialogo con altri studiosi, in forme volontarie che mi sono parse non usuali. È anche il punto di vista di chi da tempo si dedica agli studi urbani, con ruoli e responsabilità accademiche, anche entro esperienze di ricerca applicata, attraverso l’affiancamento di enti ed amministrazioni pubbliche nelle attività di disegno di politiche e strumenti di governo delle trasformazioni della città e del territorio. E poi c’è un tempo, una congiuntura, in cui il libro ha preso forma, comprendendo i quali potremmo meglio disporci ad incontrare l’autore.
Il libro questo insegna, anzitutto: non incontriamo la filosofia (oppure l’architettura, l’urbanistica, l’epistemologia o quel che preferite), ma i testi e la vita di coloro che l’hanno praticata. E l’incontro sarà «collocato inesorabilmente in un punto di vista e in una prospettiva» (p.14). L’incontro con Deleuze e Guattari di cui l’autore ci fa partecipi, ad esempio, è dichiaratamente ancorato al proposito di «promuovere l’uso consapevole del discorso dei filosofi contro ogni applicazione metodologica» (p.16) e argomenta l’uso talvolta improprio dell’opera Mille Piani da parte di alcuni teorici della pianificazione, tra i quali Jean Hillier (che pure, in un certo senso, incontriamo). L’autore ci espone, così, via via, al dialogo che intrattiene con Platone, Aristotele, Martin Heidegger, Pierre Bourdieu, Jean-Luc Nancy, John Dewey, Cristina Bianchetti e Carlo Sini, prestando attenzione a ricostruire e rianimare il contesto di senso delle loro opere. È un dialogo su opere scelte che rimanda a domande radicali che ossessionano Pasqui, tanto come esperto di studi urbani, quanto come studioso di filosofia.
Attenzione, però, la lettura del libro è a sua volta un incontro perché ci espone all’incontro con chi l’ha scritto. Il corpo a corpo con i filosofi, nel quale vediamo cimentarsi l’autore, porta noi lettori a percorrere e incontrare la storia del pensiero di chi scrive, tanto che mi pare di poter sostenere che il libro può essere inteso anche come una sorta di autobiografia o quanto meno offre molti indizi riguardo alla biografia del pensiero di Gabriele Pasqui.
Come possiamo vivere insieme?
L’ossessione che guida la ricerca, i dialoghi e le interlocuzioni con i filosofi è svelata nel terzo capitolo, dedicato a Jean-Luc Nancy e, in particolare, a uno dei suoi scritti, La città lontana. La domanda è: «si può vivere insieme, e a quali condizioni, nella città della pluralizzazione radicale delle forme di vita e senza dimenticare l’istanza e l’ingiunzione nei confronti di una giustizia spaziale?» (p.67).
Non è un caso che proprio qui, e solo qui, in modo esplicito, siano richiamate alcune delle esperienze di ricerca condotte da Pasqui una ventina di anni fa: la redazione del piano strategico per la provincia di Milano, lo studio delle popolazioni urbane. È inoltre qui che, più esplicitamente, l’autore comincia a mettere in uso i concetti mobilitati attraverso i filosofi per interrogarsi sui modi possibili di progettare lo spazio urbano. È al lavoro l’ipotesi che ciò che abbiamo in comune sia la differenza, «una logica nella quale ciò che condividiamo è quel che spartiamo, ossia la spaziatura che ci costituisce nella nostra singolarità plurale, nella nostra pluralità singolare» (p.77) e che «il nostro mondo urbano riattivi incessantemente danze del fare distanza, nuovi avvicinamenti e allontanamenti» (p.113).
È una questione che evidentemente solleva interrogativi da molto tempo, con implicazioni di natura politica e sociale, strettamente correlate al governo e ai progetti dello spazio della città. La specificità della dimensione urbana della convivenza è discussa richiamando Deleuze e Guattari (in Geofilosofia) e l’assetto delle antiche città greche, come luogo in cui osservare quali siano le condizioni perché la filosofia sia filosofia, ovvero «l’arte di inventare, fabbricare concetti» (p.47): una molteplicità di città distinte e collegate tra loro in cui gli artigiani e i mercanti trovano quella libertà e mobilità che gli imperi negavano (secondo le parole di Deleuze e Guattari), luoghi dove si affermano un insieme di pratiche di senso, connesse allo scambio agonistico, alla amicizia associativa e al suo continuo tradimento (secondo le parole di Pasqui). Non è dissimile dall’interpretazione dei concetti richiamati a proposito di Nancy (la città è la “comunità” senza un agire comune, p.75) di Barthes («una condivisione delle distanze», p.71) e Cacciari («la nozione di arcipelago permette di pensare lo stare insieme non come unità, ma come diversità», p.63).
Questa tesi ha forza e riconoscibilità, ha il potere di richiamare la rilevanza della dimensione urbana della vita tra diversi, risalendo indietro nel tempo, mostrando quando sia un carattere costitutivo della vita insieme e non solo una condizione (critica e complessa) della contemporaneità. Questa prospettiva in sostanza conferma e corrobora a sua volta due argomenti: il primo è che la dimensione urbana sia luogo generativo (dove è nata la filosofia e quindi dove accade l’invenzione di nuovi concetti); il secondo è che da sempre implichi la convivenza delle differenze, una condizione da accogliere e da affrontare che sta all’origine della generatività tanto quanto della complessità.
Ecologia degli usi
Se la città è vivere insieme nel rispetto delle differenze e riducendo il più possibile le diseguaglianze, che fare? L’autore propone di «pensare insieme diversità e diseguaglianze, immaginando forme di governo e del progetto che siano in grado di garantire le prime e contrastare le seconde, promuovendo congiuntamente varietà e giustizia» (p.83). Ecco dunque riemergere il tentativo di dire qualcosa su forme di governo e progetto, attraverso due diversi movimenti. Il primo, più consistente, riguarda la possibilità di far uso dei testi, dei concetti, delle esperienze dei filosofi e di tutti coloro che abbiamo incontrato attraverso il lavoro dell’autore. Il secondo, riguarda qualche spunto, la segnalazione cauta e leggera di direzioni possibili. Le due mosse sono reciprocamente coerenti, vediamo perché.
L’invito a leggere i filosofi collocandone i contributi nelle rispettive vite, epoche, contesti («la strozzatura di una vita» p.12; «la posizione peculiare che ognuno di noi abita in ogni istante», p.26) si accompagna a una convinzione più volte ribadita nel volume: se vogliamo far uso di ciò che altri hanno pensato e scritto (e di certo possiamo farlo, Pasqui prova a farlo), dobbiamo provare a comprendere, indagare, appropiarci di concetti, concatenazioni e scarti concettuali come movimenti da osservare, a partire dai quali immaginare nuove forme, nuove sequenze, nuove concatenazioni entro il campo del progetto degli spazi urbani. Non una trasposizione, non un calco, non uno slittamento che simulerebbe impropriamente la replica di un metodo: «la filosofia non può essere metodologicamente applicata» (p.16), leggere i filosofi serve innanzitutto a «compiere degli esercizi di riflessione», per usare le parole di Gregotti (p.26). L’insistenza sull’ecologia degli usi possibili di testi ed opere è il punto centrale, quasi un monito. L’esercizio e l’urgenza espressi da Pasqui mi paiono riguardare soprattutto questa istanza, lasciando ad altri (architetti, urbanisti, amministratori, società civile) la responsabilità di decidere e capire come far uso dei concetti richiamati per “creare qualcosa di nuovo con essi» (p.15). Certo, qualche passo viene calcato: «l’impressione è che la mossa più rilevante stia in un diverso pensiero progettuale dello spazio pubblico (…) un ambiente flessibile (…) un luogo aperto a molti usi diversi, a imprevedibili possibilità (p.124); disegnare e regolare spazi di compossibilità (…) giocando sul crinale difficile tra versatilità e vaghezza, tra la capacità del progetto e della regola di apparecchiare lo spazio a usi molteplici, sebbene definiti, e la predisposizione di uno spazio più indefinito, più aperto all’evento imprevedibile che le pratiche d’uso dello spazio e le relazioni sociali localizzate ammettono sempre come possibilità» (p.82).
Se però l’attesa dei lettori fosse riconoscere in azione un diverso modo di progettare, resterebbero delusi. C’è un salto, uno iato, un guado tra ciò che l’autore predispone (ed è a sua volta esito di un progetto) e ciò che potremo, potrete, potranno fare tutti coloro che si misureranno con la possibilità di intervenire nello spazio in cui vivere insieme.
Approfondimenti
Pasqui, G. (2025). I filosofi e il progetto per la città. Mimesis.


