Nel ritmo frenetico della pubblicazione di articoli su riviste internazionali, che segna il nostro tempo di lavoro e ricerca, Gabriele Pasqui ci offre un prezioso libro, pensato per aiutarci a pensare e a insegnarci a pensare. Tra i potenziali destinatari del volume – o, se si preferisce, i suoi lettori modello – si possono annoverare studentesse e studenti degli ultimi anni, dottorande e dottorandi delle nostre discipline, ma anche chiunque voglia trovare, o ritrovare, spunti di riflessione e approfondimento nelle temperie del presente.
Il volume propone una collocazione critica di autori, testi e questioni di carattere filosofico, selezionati e riordinati intenzionalmente a beneficio di ‘chi pratica le discipline del progetto’. Sin dalla quarta di copertina, il libro dichiara con chiarezza i propri obiettivi: interrogare gli usi possibili dei testi filosofici da parte di chi studia la città e la pianificazione urbana, attraverso materiali di diversa natura offerti al ripensamento del progetto e del governo della città. Dopo l’utile introduzione, gli otto capitoli si propongono come esercizi di lettura di specifici testi e autori, senz’altro rilevanti nel dibattito filosofico e disciplinare, ma soprattutto, dal punto di vista dell’autore che li nomina e li chiama in causa con semplicità e gentilezza. È forse questa la chiave che meglio restituisce l’utilità, non solo formativa, di un volume come questo, specie nella nostra epoca di passioni tristi: il tentativo, riuscito, di ridurre la distanza tra i nostri saperi e i filosofi, presentati qui attraverso un linguaggio piano, accessibile e mite.
Il testo presenta una preziosa linearità nella scrittura, particolarmente utile per chi studia, o voglia studiare, anche senza una formazione necessariamente classica, come spesso accade nelle provenienze variegate dei nostri studenti. Inoltre è estremamente agile senza tentare riassunti: si offre, invece, una lettura dichiaratamente personale “per i progettisti” (di spazi, ma anche di policy). Le riflessioni proposte si nutrono di un dialogo serrato con un dibattito di più lungo corso nel campo delle discipline del progetto, mettendo alla prova alcune possibili modalità d’uso della filosofia e delle sue scritture, evidenziando rischi ma anche, fertili potenzialità di un genuino incontro transdisciplinare.
Questa è la volontà dell’autore che da molto tempo studia e lavora con urbanisti e pianificatori. Con citazioni, richiami ma, soprattutto, accostamenti e interpolazioni critiche, si offre spazio alla riflessione e a un uso più consapevole nelle nostre discipline, ricucendo letture che aprono alle possibilità di rilettura, ripensamento e confronto. Tutte pratiche che richiedono una fatica del concetto sempre più difficile da sostenere ed esigere in ambiti di lavoro nei quali prevale l’immediatezza e la velocità, ma anche, certa superficialità nella fretta del progetto o, peggio, del segno progettuale.
Il primo capitolo, per esempio, propone Millepiani di Deleuze e Guattari in un modo che apre verso mondi di lettura una volta obbligati per chi ha fatto un dottorato quando da noi non imperversava il publish or perish, per fare i conti con un immaginario e un lessico ancora necessario a innescare il pensiero sull’oggi. Ed è proprio nel ritorno ai testi che l’autore trova argomenti per suggerire tre avvertenze nell’uso dei filosofi e della filosofia: il bersaglio infatti non è, come in altri casi, la Hillier o certa planning theory impersonale, ma una combinazione di errori di metodo che non ci aiutano a fare meglio.
Anche Platone e Aristotele sono proposti in un tandem che supera, con garbo, l’eventuale assenza di cultura classica, accompagnando il lettore verso questioni che ritrovano il loro spessore: la Polis, la politica, la legge ma anche l’immanenza, l’amicizia, le opinioni. Non senza il piacere e la sorpresa di trovare un riferimento all’opera di Giovanni Ferraro dopo aver attualizzato la discussione e proposto una chiave interpretativa di Cacciari per capire “come far convivere differenze, senza le quali non c’è la città”.
Su questo filo e su quella che è considerata dall’autore l’essenza stessa delle nostre pratiche, ossia il vivere insieme nella città contemporanea, si riflette nel terzo capitolo, quello “con” Jean-Luc Nancy come protagonista principale. È inutile dire, infatti, che l’elenco dei filosofi evocati e chiamati nella discussione supera di gran lunga quello dei nomi evocati nei titoli dei capitoli e dei paragrafi dell’indice del volume: da qui il suggerimento di guardare con attenzione anche alla bibliografia e alla foto di famiglia che questa tratteggia. Oltre alla folgorazione per la città lontana, però, il capitolo terzo è senz’altro centrale anche per la comprensione di ciò che davvero appassiona l’autore, per quali quesiti profondi ritenga indispensabile allenarsi nelle pratiche di pensiero e progetto. Infatti, non senza aver richiamato Amin, Barthes e Derrida ammette che non possiamo far altro che vivere insieme, in quella che chiama “la disposizione-comparazione dell’esperienza quotidiana”.
Più inedita, successivamente, la combinazione, Heidegger e Bourdieu, con uno spericolato duetto che conferma la regola che più che alimentare dinamiche amico-nemico o sterili partigianerie (o, ancor peggio, antinomie), qui l’invito è soprattutto a leggere e rileggere, approfondire e connettere pensieri, autori, riferimenti, testi contestualizzandoli nel loro tempo anche interrogandoli rispetto alle sfide del presente. È in questo quadro che trova opportunamente spazio il ripensamento del poderoso lavoro di ricerca condotto, in questi ultimi anni, da Cristina Bianchetti sui corpi nella loro relazione con lo spazio nel progetto. Qui l’autore si inserisce nel profondo quanto duraturo dialogo della Bianchetti con altri selezionati filosofi, offrendo interessanti spunti di merito e di metodo sulle infinite possibilità di un sapere che quando vuole riesce persino a essere cumulativo e non solo oppositivo.
Infine i dilemmi dell’oggi: “ciò che dà da pensare”, ma anche gli strumenti della conoscenza, con la critica a una razionalità di cui parliamo da sempre e la necessità di raccordare meglio le prassi con la teoria dell’indagine di Dewey. E chissà forse quel pragmatismo critico di cui scrivevamo citando anche Bourdieu, Morin e altri (2016; 2017).
Infine, last but not least, il contributo di Sini, l’opportuna celebrazione di uno sguardo colto e attento per pensare il progetto, attraverso le pratiche e l’etica usando il pensiero critico come bussola. Specie nella nostra fase storica di afasia, senza grandi maestri/e e con un basso profilo del dibattito, dove imparare a salire sulle spalle dei giganti è ancora più indispensabile per guardare lontano, sforzandosi di stare dentro le differenze e le sfide della convivenza.
Approfondimenti
- De Leo D., Forester J. (2016), “Italian planning overview and perspectives through stories and profiles. Notes from a critical pragmatist research on planning practices”, in CriOS n.12, pp. 33-40;
- De Leo D. (2017), L’urbanistica dei prof(ass)essori. Esperienze e competenze nell’amministrazione pubblica e per la didattica, FrancoAngeli, Milano, pp. 7-44;
- Pasqui, G. (2025). I filosofi e il progetto per la città. Mimesis.


