Il contributo legge il volume di Gabriele Pasqui assumendo esplicitamente la parzialità del punto di vista come dispositivo critico. Attraverso una selezione di spunti e compiti ricavati dal libro, il testo interroga il progetto urbanistico e architettonico a partire dal rifiuto delle scorciatoie tecnocratiche e delle procedure standardizzate. La riflessione si concentra sulla responsabilità singolare del progettista, sulla messa in discussione della separazione tra teoria e pratica e sull’assunzione della questione climatica e della giustizia spaziale come nuclei politici irrinunciabili del progetto.
Per “territorializzare” certe idee di “giustizia”, serve capire quali problemi debbano essere oggetto della giustizia legale (chi ha fatto cosa), e quali siano anche oggetto di giustizia sociale (chi può/deve fare cosa) e spaziale (cosa fare dove). In questo numero affrontiamo cosa voglia dire accogliere la sfida della “giustizia spaziale” da diverse prospettive, utili a stimolare e intervenire più efficacemente su alcuni problemi che affliggono diversi contesti urbani contemporanei.
Si parla molto oggi, forse eccessivamente, di “giustizia spaziale”. Questa breve nota invita a una riflessione critica su tale concetto con l’intenzione di suggerirne (anche nella teoria e nella pratica della pianificazione e delle politiche urbane) un uso più mirato e fuor di retorica.
Questo contributo sintetizza gli esiti di un’indagine sullo spazio ed il significato attribuiti al tema della giustizia spaziale nei corsi di laurea e post laurea in studi urbani delle università federali degli stati di Rio de Janeiro e di Goiás in Brasile. Nonostante, a livello teorico, emerga una buona diffusione del tema nei corsi di studi nell’università pubblica, tuttavia, gli intervistati hanno manifestato il timore che la maggior parte dei nuovi professionisti architetti-urbanisti siano poco attenti a questo a tema a causa delle pressioni del mercato e della grande diffusione delle università private nel paese.
Il dibattito attorno al tema della giustizia spaziale può essere ampliato se si considera la città come spazio d'azione. In particolare, una distribuzione ampia e diversificata delle responsabilità progettuali (ovvero del potere d'azione e controllo sull'ambiente costruito) viene indicata come una meta-condizione necessaria per una città più giusta. Tale idea ha rilevanza sia sul tema della proprietà sia su vari aspetti del disegno urbano.
Il dibattito romano dell’estate 2026, dall’appello “Per chi è Roma?” al sequestro dell’Angelo Mai, dal Piano Caldo allo scontro sul Metropolitan, non costituisce una semplice somma di episodi, ma delinea un preciso modello di governo urbano. Emergono con chiarezza tanto le azioni dell’amministrazione quanto le sue omissioni: dai grandi progetti urbani alla regolazione degli affitti brevi, dalla mancata riforma della legge 104 alla persistente incertezza nel sostegno stabile agli spazi culturali indipendenti e ai poli civici. Dove il pubblico osa, come nel caso delle comunità energetiche solidali, appare possibile una logica alternativa. Altrove prevale la città come growth machine. Ne deriva una domanda che investe anche il mondo della ricerca: fino a che punto il lessico dell’impatto stia abituando accademici e studiosi a considerare il sociale e l’ecologico come elementi residuali, anziché come priorità, nell’epoca della policrisi.
Il concetto di finanziarizzazione è diventato centrale nello studio delle dinamiche tra mercati immobiliari e finanziari. Questa pratica coinvolge la trasformazione dei beni immobili in asset finanziari negoziabili, alterando la loro percezione e valore. Le implicazioni di questa evoluzione per lo sviluppo urbano evidenziano come le politiche pubbliche e le strategie di investimento si siano adattate a questa nuova realtà. Le tensioni tra le logiche territoriali e finanziarie emergono come questioni cruciali, sollevando interrogativi sulla sostenibilità e l'equità nei processi di urbanizzazione contemporanei
La rendita e la finanziarizzazione condividono meccanismi di produzione e cattura del plusvalore che determinano rilevanti impatti spaziali, sebbene si distinguano per risorse impiegate e tipo di relazioni sociali mobilitate. La comprensione di questi fenomeni richiede un'analisi integrata dei loro intrecci all'interno delle trasformazioni del capitalismo. La pianificazione spaziale, nonostante i suoi limiti operativi, deve riappropriarsi di una prospettiva critica sulla rendita, al fine di delineare alternative per lo sviluppo di città e territori e dare nuova legittimità, e senso, alla sua azione
Il recente attivismo regolatorio a livello nazionale, culminato con l’introduzione del CIN (Codice Identificativo Nazionale) e di alcune iniziative comunali – con i noti casi di Firenze, Venezia e Bologna – ha portato maggiore attenzione al fenomeno affitti brevi, con Airbnb attore principale di un mercato in costante espansione. Un'analisi dal 2017 al 2024 registra una crescita del 52% delle unità attive su Airbnb, con ricavi aumentati da 2,5 a 8,8 miliardi di euro. Nonostante l'inasprimento normativo, la reddittività e la professionalizzazione degli host suggeriscono che le misure attuali potrebbero rivelarsi insufficienti
Negli ultimi anni si sono moltiplicate esperienze in grado di coniugare attivismo, terzo settore e innovazione sociale nelle nostre città. Sono luoghi variamente denominati che hanno nella loro natura ibrida la loro caratteristica principale. A Milano, con un netto impulso durante la fase pandemica, gli spazi ibridi sono cresciuti e si sono affermati. E oggi possono essere valorizzati nelle politiche pubbliche se è vero che la città punta davvero a essere sempre più inclusiva e di prossimità.