Negli ultimi trent’anni il car sharing ha attraversato diverse fasi di sviluppo, passando da esperienze locali e cooperative a servizi digitali di larga scala. Questa traiettoria, comune anche ad altri Paesi europei, consente di individuare tre principali fasi di evoluzione in Italia.
La prima è quella cooperativa e pre-digitale in cui gruppi di cittadini condividono uno o più veicoli attraverso accordi informali o piccole strutture associative. In questa fase, il servizio si fonda su relazioni di fiducia, gestione collaborativa e prossimità territoriale.
La seconda fase si sviluppa tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila, anche a seguito del decreto del Ministero dell’Ambiente “Interventi per la mobilità sostenibile”, emanato nel marzo 1998. Il provvedimento attribuiva ai Comuni il compito di promuovere e sostenere “forme di multiproprietà delle autovetture destinate ad essere utilizzate da più persone”.
In questo quadro, nel gennaio 2000 nasce “Iniziativa Car Sharing” (ICS), con l’obiettivo di avviare servizi nelle principali città italiane come alternativa al possesso dell’auto privata. In questa fase prevalgono servizi station-based: le auto sono collocate in postazioni dedicate, vengono sbloccate tramite tessera e si rivolgono a un numero ancora contenuto di abbonati.
La terza fase coincide con l’affermazione dei servizi free-floating, basati su piattaforme digitali e accesso tramite smartphone. La possibilità di prelevare e rilasciare il veicolo liberamente nello spazio urbano introduce un cambio di paradigma nel servizio di car sharing, e più in generale, nella sharing mobility. Si determina così un salto di scala significativo, sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda.
Questa terza fase ha rappresentato il momento di maggiore espansione del car sharing, ma è anche quella che oggi mostra i segnali più evidenti di discontinuità. I dati raccolti dall’Osservatorio Nazionale Sharing Mobility consentono di leggere sia l’andamento recente del settore sia le difficoltà specifiche del modello free-floating.

Fonte: Osservatorio Nazionale Sharing Mobility.
Tra il 2015 e il 2019, l’espansione del settore è sostenuta, come conferma la crescita di tutti gli indicatori considerati. Aumentano i servizi e i veicoli della flotta; dal lato della domanda, i noleggi crescono fino a raggiungere il livello massimo nel 2019 con 12 milioni di noleggi totali. Nel 2020, a seguito della pandemia, i noleggi subiscono una contrazione marcata. Negli anni successivi si osserva una parziale stabilizzazione, con valori attestati intorno ai 6 milioni di noleggi annui, circa la metà rispetto ai livelli pre-pandemici. A partire dal 2023 si registra tuttavia una nuova fase di flessione: nel 2024 la riduzione è pari a circa il 3%, a cui si aggiunge per il 2025 un’ulteriore contrazione stimata in circa 1,7 milioni di noleggi. Un simile andamento riguarda anche il tasso di rotazione ovvero il rapporto noleggio/veicolo/giorno.
Nel complesso, la domanda di car sharing free-floating non ha recuperato i livelli precedenti alla pandemia. Tra i fattori che hanno contribuito a questa situazione si segnalano l’aumento dei costi operativi e la crescente concorrenza di altri servizi di sharing mobility. Alla luce di queste tendenze, gli operatori hanno progressivamente orientato la propria offerta verso formule diverse, come il noleggio a ore o a giorni. Negli ultimi mesi, la contrazione del settore è stata accompagnata dalla chiusura di due dei principali operatori del free-floating, senza nuove aperture di servizi di analoga scala.
Se, da un lato, i servizi di condivisione di larga scala faticano a ritrovare un equilibrio economico e operativo, dall’altro lato anche il modello basato sulla proprietà individuale mostra elementi di crescenti criticità. Un primo elemento riguarda i costi. L’aumento del prezzo di acquisto delle auto, dei costi di gestione e, in prospettiva, dei costi legati alla transizione tecnologica rende sempre più oneroso il possesso di un veicolo privato. La crescita del rapporto tra prezzo dell’automobile e reddito pro capite osservata in Italia dal 2000 a oggi segnala che il costo dell’auto sta aumentando più rapidamente della capacità economica media dei cittadini.
Il tema assume quindi una dimensione sistemica in un Paese come l’Italia, dove l’automobile continua a rappresentare una componente centrale della mobilità quotidiana. Nel 1966, a fronte di circa 52 milioni di abitanti, si contavano 6,6 milioni di autovetture; oggi, con una popolazione di circa 58 milioni, il parco circolante supera i 40 milioni di veicoli.
Tale livello di motorizzazione produce effetti anche sul piano ambientale e urbano. Oltre agli impatti legati alle emissioni atmosferiche, le auto private rimangono mediamente inutilizzate per la maggior parte del tempo, occupando spazio pubblico e generando costi collettivi in termini di congestione e consumo di suolo urbano. I veicoli condivisi registrano invece tassi di impiego più elevati. A titolo esemplificativo, la figura successiva confronta i tempi medi di utilizzo di un’auto privata e di un’auto in sharing free-floating in alcune città italiane.

Fonte: Osservatorio Nazionale Sharing Mobility.
In questa prospettiva, la condivisione del veicolo non va letta soltanto come un servizio aggiuntivo, ma come una possibile risposta alla crescente insostenibilità economica e spaziale del modello fondato sulla proprietà individuale. Il punto, quindi, non è semplicemente rilanciare il car sharing nella forma che ha dominato l’ultimo decennio, ma interrogarsi su quali modelli di condivisione siano più adatti al contesto economico, sociale e tecnologico attuale. La crisi del free-floating, l’aumento dei costi dell’auto privata e la necessità di un uso più efficiente dei veicoli e dello spazio urbano spingono quindi a guardare con maggiore attenzione a configurazioni alternative.
In questo quadro riemergono modelli di car sharing di prossimità, di quartiere o di comunità, caratterizzati da una base di utenti più ristretta e dall’utilizzo condiviso di uno o più veicoli. Rispetto alle esperienze originarie, questi modelli possono oggi contare su tecnologie digitali accessibili: sistemi di prenotazione semplificati, dispositivi di accesso remoto e piattaforme di gestione riducono le barriere all’ingresso e rendono più efficiente l’organizzazione del servizio anche su piccola scala.
Il car sharing di comunità non rappresenta dunque un semplice ritorno al passato, ma una possibile evoluzione delle prime esperienze cooperative. Prossimità territoriale, organizzazione tra individui e condivisione dei costi possono combinarsi con strumenti digitali oggi più maturi, dando forma a soluzioni mirate e radicate nei bisogni dei territori. In particolare, tali modelli possono contribuire a rendere economicamente sostenibile l’accesso a veicoli a minore impatto ambientale, soprattutto nei contesti in cui l’automobile continua a essere necessaria per raggiungere lavoro, servizi e relazioni sociali.
Approfondimenti
- Osservatorio Nazionale Sharing Mobility. (2020). Carsharing Toolkit
- Osservatorio Nazionale Sharing Mobility. (2024). Rapporto Future Ways – perché la mobilità condivisa è importante
- Osservatorio Nazionale Sharing Mobility. (2025). 9° Rapporto Nazionale sulla Sharing Mobility


