La Basilicata è luogo emblematico quando si parla di marginalità, spopolamento e aree interne: la SNAI (Strategia Nazionale per le Aree Interne) classifica il 70% della regione come «area interna ultraperiferica», categoria che riconosce le aree più segnate da esodo, rarefazione dei servizi e marginalizzazione politica ed economica. La messa a sistema dei dati locali con le dinamiche globali, a partire dal cambiamento climatico, riconduce i paesaggi della Basilicata a una condizione di permacrisi, neologismo eletto parola dell’anno dal dizionario Collins nel 2022. In questo quadro, i territori di Piano Malerba a Lauria e di Monteserico a Genzano di Lucania, paesaggi della Basilicata, possono essere letti come luoghi di permacrisi: contesti nei quali marginalità, perdita di popolazione, indebolimento delle relazioni territoriali e trasformazioni ambientali si sovrappongono, ma nei quali permangono possibilità di riattivazione. Le nozioni di «permacrisi» e di «territorio di possibilità», proposte dal contributo del Padiglione Italia alla 18ª Biennale di Architettura di Venezia “Spaziale. Ognuno appartiene a tutti gli altri” (2023, curato da Fosbury Architecture), consentono di leggere queste condizioni non soltanto come criticità, ma come occasioni per individuare possibilità latenti. In linea teorica, quindi, le crisi, allontanandosi dall’accezione esclusivamente negativa, contengono in sé il significato della scelta: riconoscere e attivare una possibilità latente anziché un’altra.
Uno strumento utile, in tale direzione, è il cammino, come metodo e dispositivo di conoscenza in grado di allenare il cosiddetto «sguardo obliquo». Vengono di seguito presentate due esperienze in Basilicata, una in Val d’Agri e l’altra in Alto Bradano, a partire dalle quali il cammino diviene strumento di progetto e in cui il NatureCity Lab dell’Università degli Studi della Basilicata, coordinato dalla prof.ssa Chiara Rizzi, svolge attività di ricerca-azione applicando i principi legati all’Hodologia, intesa come pratica capace di integrare conoscenza, progetto e cura dei luoghi attraverso il cammino. In entrambi i casi, l’attraversamento ha consentito di leggere relazioni tra luoghi, memorie e pratiche che non risultavano immediatamente evidenti e che hanno orientato le successive scelte progettuali (Rizzi & Parentini, 2026).
La prima sperimentazione si colloca in Val d’Agri, nell’area del Bosco di Canicella a Lauria, a Piano Malerba, un paesaggio caratterizzato da un’elevata biodiversità, ancora poco riconosciuta, e da una fruizione concentrata in specifiche occasioni dell’anno. L’approccio progettuale ha adottato una metodologia fondata sull’osservazione situata del paesaggio, combinando una pluralità di attori e strumenti (Figura 1): si sono svolte alcune residenze durante le quali si è stabilito un rapporto solidale con gli operatori culturali locali, in un continuo mettersi in risonanza con il contesto e con le comunità che lo abitano. Poi, si è completato un processo di co-progettazione messo in atto dall’Amministrazione comunale che ha coinvolto il duo artistico Lucy Orta e Jorge Orta, istituzioni scolastiche, architetti e enti del terzo settore, che ha portato al progetto di riqualificazione paesaggistica del bosco. Questo è avvenuto grazie a due azioni, una prima legata alla riscoperta di tracciati pedonali esistenti, dimenticati, e l’altra grazie all’introduzione dell’arte pubblica come legame tra arte, ecologia e impegno sociale.

Il riammagliamento dei sentieri svolge però una duplice funzione: da un lato favorisce la scoperta, la conoscenza e la consapevolezza del territorio, assumendo un ruolo educativo; dall’altro, può inserirsi in una più ampia rete di fruizione lenta e sostenibile del patrimonio culturale della Basilicata, denominata FRUILENT (Fruizione lenta dei paesaggi regionali), le cui linee programmatiche e i contenuti fanno parte del PPR della Basilicata. Si specifica, però, che come accade quando si cammina, il progetto non coincide con una destinazione definitiva, ma con un processo che apre relazioni tra comunità, paesaggio e pratiche in grado di divenire.
Nel secondo caso, nell’Alto Bradano, il punto di partenza è stato il progressivo isolamento del Castello di Monteserico a Genzano di Lucania, landmark storico del territorio genzanese, sempre più distante – fisicamente e simbolicamente – dal centro abitato. Il cammino costituisce il dispositivo di ricerca che ha permesso di percorrere interamente il tratto genzanese dell’antica Via Francigena del Sud. L’attraversamento diretto ha consentito di condurre interviste semi-strutturate lungo il sentiero, leggere il paesaggio attraverso soglie percettive e, infine, riconoscere i bisogni da cui è scaturita la proposta progettuale. Camminando, il confronto con gli abitanti ha permesso di raccogliere memorie e saperi situati, confermando come il legame tra il maniero e la comunità – un tempo sostenuto da celebrazioni erranti – si fosse progressivamente affievolito nel corso del Novecento. Nello stesso movimento, riprendendo gli studi di Kevin Lynch su identità, struttura, significato, il cammino ha reso leggibili sei soglie che scandiscono il passaggio da un paesaggio all’altro: il Vallone, la Città Storica, la Città Moderna, il Bosco, la Campagna, le Colline di Monteserico. Ognuna restituisce una condizione diversa: dalla densità costruita e dall’abbandono del centro storico alla spazialità filtrata del bosco, fino alle colline segnate dalle case coloniche della Riforma Fondiaria.

È lo “sguardo obliquo” del camminare, quello in grado di esaminare la realtà da un’angolazione insolita, che ha orientato la proposta progettuale: un intervento di carattere architettonico che si fonda su due nodi complementari. Il primo intervento di rigenerazione riguarda Palazzo Fiore, nel centro storico del paese, come sede per attività di comunità e servizi al pellegrino; il secondo riguarda la riconversione di una Casa Colonica ai piedi del castello come bivacco autogestito. Attorno a questi due nodi prende forma un’infrastruttura leggera e diffusa, affidata nella gestione ordinaria a un Comitato di tappa, capace di ricomporre il rapporto tra il centro abitato, il percorso e il castello. L’esperienza di Monteserico mostra così un paesaggio, per riprendere Lanzani, «lavorato ma raramente vissuto»: una condizione che il cammino non si limita a descrivere, ma da cui, attraversandola, fa scaturire interviste, geografie e progetto in un unico processo.
Le due esperienze hanno usato il cammino come dispositivo di ricerca-azione e come strumento capace di trasformare le condizioni di crisi in possibilità su cui intervenire attraverso il progetto: a Piano Malerba nei sentieri ritrovati e nell’arte pubblica, a Monteserico nella lettura per soglie e nel rapporto tra castello e comunità. In entrambi i casi, il valore dell’attraversamento sta nella possibilità di riconoscere relazioni già presenti ma indebolite, che diventano il punto di partenza per nuove azioni progettuali che coinvolgono le comunità. Il progetto nasce così dall’ascolto e dall’attraversamento dei territori, rendendo visibili relazioni, memorie e possibilità concrete di rigenerazione. Il cammino può essere assunto anche come strumento operativo: permette di costruire una lettura condivisa del paesaggio e di orientare interventi capaci di ricomporre, con risorse leggere, relazioni tra luoghi e comunità.
Nota: L’esperienza di Piano Malerba si inserisce all’interno del progetto di rigenerazione partecipata di Bosco Malerba, promosso dal Comune di Lauria (PZ) con il coordinamento, per il processo di rigenerazione culturale, artistica e ambientale a cura di ArtePollino, che da anni promuove interventi artistici nel paesaggio e percorsi educativi con scuole, giovani e comunità.
Approfondimenti
- Favia L., (2026). Lungo la strada per Monteserico. Il cammino come strumento di rigenerazione urbana e territoriale. In Rizzi C., Massaro S., In cammino, Letteraventidue, Siracusa.
- Rizzi C., Parentini S., (2026). In risonanza, Letteraventidue, Siracusa.


