«C’è un legame segreto tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio» (Kundera, 1995).
Il paesaggio è un’entità dinamica e complessa, costantemente sottoposta a processi di ridefinizione. Esso non coincide con il significato oggettivo delle componenti di una porzione di territorio, ma costituisce il senso che queste assumono attraverso lo sguardo e l’interpretazione delle comunità che lo abitano. L’identità dei luoghi è dunque strettamente legata alla costruzione che ne fanno le comunità, aprendo il concetto di paesaggio a pratiche di negoziazione e conflitto.
La patrimonializzazione ha dato impulso alla tutela e alla valorizzazione territoriali, ma ha anche contribuito a fissare immagini-paesaggio che, come osserva Jakob (2009), alimentano una condizione di onnipaesaggio, in cui tutto è potenzialmente paesaggio e ogni rappresentazione è condizionata da fattori culturali ed economici, rendendo problematica ogni pretesa di autenticità. La crescente attenzione alla valorizzazione rischia così di ridurre i luoghi a “cartoline”, selezionando elementi riconoscibili – il borgo, il paesaggio agrario, il patrimonio storico, il prodotto tipico – occultandone la complessità e le relazioni quotidiane che li rendono vivi.
Il fenomeno interessa particolarmente le aree interne, largamente prevalenti nel territorio lucano. Qui il NatureCity Lab dell’Università della Basilicata ha cercato di connettere ricerca, ascolto e progetto confrontandosi con una questione che precede ogni ipotesi di trasformazione: come guardare un territorio senza ridurlo a un’immagine?
Tra le colline di Ferrandina, in un uliveto in località Sant’Antonio Abate, si erge il “Patriarca”: un olivo della varietà Majatica, con una circonferenza di otto metri, la cui presenza racconta un tempo che eccede quello delle generazioni che gli sono passate accanto. Alcuni suoi virgulti sono oggi conservati nel Giardino dei Patriarchi dell’Unità d’Italia a Roma, come ambasciatori di una civiltà agricola che attraversa duemila anni di storia.
L’olivo Majatica, tra le varietà autoctone censite nel progetto “Il Museo degli Alberi lucani”, cresce lentamente, affondando le radici nella terra e nella memoria degli uomini. Forse è proprio questa capacità di trattenere e stratificare il tempo che permette di guardare al paesaggio da una prospettiva diversa. Come afferma Kundera (1995), la lentezza non riguarda soltanto la velocità con cui attraversiamo un territorio, ma anche la possibilità di lasciare emergere dettagli, tracce e connessioni che uno sguardo rapido tende a cancellare. È a partire da questa consapevolezza che il gruppo coordinato dalla prof.ssa Chiara Rizzi assume nella ricerca una postura situata, in cui il camminare diventa una pratica metodologica e interpretativa: l’attraversamento lento consente di entrare in profondità nei territori, intercettandone la complessità e facendo emergere ciò che rimane ai margini delle rappresentazioni consolidate.
Il cammino diventa così una pratica di disvelamento; non si limita a restituire ciò che già sappiamo dei luoghi, ma apre alla possibilità di incontrare altri racconti, mettere in discussione quelli dominanti e riconoscere la pluralità di sguardi attraverso cui un territorio costruisce il proprio significato.
Questa capacità di mettere in relazione elementi apparentemente distanti e di generare nuove interpretazioni territoriali – in altre parole, di disvelare il paesaggio – è messa in pratica nel Museo degli Alberi Lucani. Il progetto nasce da una ricerca sulla biodiversità agricola della Basilicata, con particolare attenzione alle specie arboree da frutto autoctone, finanziata dalla Regione Basilicata nell’ambito del PSR 2014-2022 per contrastare l’erosione genetica e favorire la conservazione delle varietà locali a rischio di scomparsa.
Il progetto ha coinvolto architetti esperti di paesaggio e agronomi, che hanno lavorato a stretto contatto con gli “agricoltori custodi”. Per raccontare le varietà selezionate – il pero Signora, l’arancia Staccia, il gelso nero, la mela Annurca, il fico Dottato, il fico Troiano e l’olivo Majatica – non era infatti sufficiente raccogliere dati botanici o cartografarne la presenza. Era necessario incontrare chi, quelle specie, continua a riconoscerle, coltivarle, trasformarle e raccontarle. L’indagine storico-culturale ha così coinvolto produttori, persone impegnate nel recupero delle filiere e figure capaci di interpretare il patrimonio in chiave culturale e contemporanea, estendendo la categoria di “agricoltore custode” a chi mantiene in vita relazioni, pratiche e significati sedimentati attorno a quelle piante. Per la Majatica di Ferrandina, ad esempio, questa categoria comprende anche chi ne ha trasformato il valore simbolico in un progetto culturale, come nel caso del Majatica Jazz Festival.
Da questo ascolto è nato un primo patrimonio narrativo, fatto di voci, immagini, memorie e pratiche, che ha trovato nella piattaforma digitale del MAL – Museo degli Alberi Lucani una forma di organizzazione e di condivisione. La piattaforma integra dati scientifici, testimonianze degli agricoltori custodi e narrazioni delle comunità locali, costruendo uno spazio di conoscenza condivisa nel quale il sapere scientifico incontra quello situato e le singole storie contribuiscono a comporre una narrazione territoriale più ampia.
La piattaforma contiene inoltre una mappa digitale con le tracce GPS e le informazioni tecniche di vari percorsi tracciati durante il progetto, rammagliando la rete dei sentieri esistenti e collegandola, dove possibile, a cammini di più lunga percorrenza. I tracciati che mettono in connessione le specie arboree da frutto autoctone sono raggruppati in quattro “stanze” di paesaggio distribuite tra l’ambito jonico e quello montano. Ogni stanza costruisce una relazione tra gli alberi e gli elementi notevoli del paesaggio nel quale sono radicati, offrendo l’occasione di attraversare una porzione di territorio che disvela storie di coltivazione, usi, gesti, tecniche e tradizioni che restituiscono una dimensione del patrimonio rurale difficilmente riconducibile a un semplice catalogo di specie. Così attraverso l’itinerario dell’arancia Staccia, ad esempio, si conosce un paesaggio che dai calanchi di Montalbano Jonico alla valle del fiume Agri rimanda al “giardino mediterraneo” di derivazione araba e, allo stesso tempo, racconta la storia di un paesaggio – quello della bonifica del Metapontino – fortemente modificato dalle opere idrauliche e dalle canalizzazioni.
L’albero non è più soltanto un elemento della biodiversità agricola. Diventa una soglia attraverso cui entrare in relazione con un territorio e con le comunità che lo abitano. Diventa, allo stesso tempo, un espediente narrativo che crea le condizioni perché possano emergere e mettersi in relazione racconti differenti, anche marginali o dimenticati. Non è un caso che il pino Loricato, già simbolo del paesaggio del Pollino, sia stato al centro del film Il bene comune di Rocco Papaleo, uscito nelle sale nel marzo 2026, in cui l’albero diventa meta di un cammino e insieme figura narrativa di un territorio.
Camminare, fotografare, filmare, raccontare sono allora pratiche diverse ma accomunate dalla capacità di produrre paesaggio. Non soltanto di rappresentarlo, ma di contribuire a ciò che di quel paesaggio vediamo, ricordiamo e immaginiamo. La narrazione territoriale diventa così una forma ulteriore di disvelamento.

Approfondimenti
- Museo degli Alberi Lucani, sito ufficiale, disponibile all’indirizzo: www.museodeglialberilucani.it.
- Majatica Jazz Festival, sito ufficiale, disponibile all’indirizzo: www.majaticajazzfestival.com
- Jakob, M. (2009), Il paesaggio, Bologna, Il Mulino.
- Kundera, M. (1995), La lentezza, trad. it. di E. Marchi, Milano, Adelphi
- Rizzi C., Massaro S., Parentini S., Pace V. (2026), Hodologia 7:3:1, LetteraVentidue, Siracusa.


