26 Maggio, 2022

Uno sguardo di genere sulla città

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L’urbanistica di genere è una disciplina che, per quanto sostanzialmente assente nel territorio italiano, da circa trent’anni si propone – in alcune località europee – di pianificare le città a partire da un punto di vista più ampio di quello tradizionale, capace di includere le differenze di bisogni e necessità tra i generi, contribuendo a migliorare la vita quotidiana di quei soggetti che la pianificazione urbana ha storicamente omesso. È una pratica basata sull’ascolto e la comprensione, sull’analisi attenta dei flussi e delle richieste implicite dei luoghi, che permette di riscontrare come le città – più o meno consapevolmente – siano la rappresentazione in vetro e cemento delle disparità tra i generi che caratterizzano la nostra società.

Se, infatti, risulta non immediato scorgere uno sbilanciamento di genere anche nell’organizzazione urbana delle nostre città, è solo indossando delle lenti di osservazioni nuove che si disvela quanto e come la vita quotidiana di donne e minoranze di genere sia più complessa e faticosa di quella che mediamente conducono gli uomini.

Indagare questi aspetti significa entrare nel vivo dello svolgersi di queste vite, per scoprire che – a causa dei ruoli precostituiti che la nostra società impone ai generi – le donne sono ancora oggi investite di mansioni e responsabilità tipiche dello stereotipo femminile di cui ancora non ci siamo liberati: il lavoro di cura, che include l’assistenza degli anziani, dei disabili, l’allevamento dei figli, la cura della casa e le mansioni domestiche in generale, sono solo alcuni dei “compiti” che si dà per scontato vengano svolti dalle donne, e che implicano un uso della città peculiare e, per lo più, non previsto dalla pianificazione.

Figura 1 – Fotografia di Florencia Andreola

Quando si parla di pianificazione, però, si intende il pensiero sulla città in tutte le sue espressioni, ed è in questo senso che, provando a fare un esercizio di immaginazione, ogni mansione rappresentata da ogni assessore può essere declinata – senza grande sforzo – secondo questo sguardo: la mobilità, la città da 15 minuti (il piano quartieri), il welfare, la sicurezza, il piano casa, ecc.

È proprio lo sguardo come pratica consolidata, come praxis, che risulta carente, se non addirittura assente, a Milano come in Italia; e la dimostrazione è proprio la mancanza di dati utili a comprendere le abitudini e le necessità dei cittadini, dati divisi anche solo per genere, oltre che per età, per reddito, per titolo di studio, per condizione lavorativa, ecc. In mancanza di ciò, ogni ipotesi immaginativa di città ideale a cui tendere è, per l’appunto, solo un’ipotesi, non fondata, che ambisce a un’idea di città – magari anche auspicabile, non è questo il punto -, ma non ha interesse a rispondere a ciò di cui effettivamente le persone hanno bisogno.

Da questo punto di vista, non si tratta solo di introdurre maggiore uguaglianza e giustizia per donne e uomini, ragazze e ragazzi: il gender mainstreaming* non è relativo solo alle cosiddette pari opportunità, ma produce allo stesso tempo maggiore efficienza e qualità, nei servizi e nello sviluppo delle vite quotidiane di cittadine e cittadini. E questo porta con sé risultati anche economicamente significativi: meno incidenti e dunque meno spesa sanitaria; più libertà nell’organizzazione quotidiana e dunque un numero maggiore di persone che lavorano; meno aggressioni nei confronti delle donne e delle minoranze di genere, e quindi un benessere maggiore della loro condizione psichica e fisica; un uso più frequente dei mezzi pubblici anziché le automobili private, e quindi meno traffico, più vivibilità, e naturalmente minore inquinamento; e così via. Se le persone che vivono le città stanno meglio, a cascata la città stessa sta meglio, l’ambiente sta meglio, la sanità sta meglio.

Figura 2 – Fotografia di Florencia Andreola

È in questo senso che il gender mainstreaming, vale a dire il coordinamento integrato delle azioni amministrative a partire da uno sguardo di genere, è oggi più che mai necessario, oggi che la vita nelle città si fa sempre meno allettante, a causa dell’inquinamento, dei ritmi frenetici e non più sostenibili, ma anche a fronte di due anni di pandemia che hanno mostrato concretamente la possibilità di vivere in una maniera diversa e che hanno in qualche modo contribuito all’allontanamento di un immaginario di vita quotidiana che, fino a poco tempo fa, era sostanzialmente indiscutibile.

Non è un caso, infatti, che proprio la condizione pandemica abbia comportato l’intensificazione del dibattito sulla città di prossimità, essendo emersa così chiaramente l’indisposizione di molti quartieri ad ospitare al proprio interno i servizi necessari allo sviluppo di una vita quotidiana qualitativamente sostenibile. Ma, allo stesso tempo, si è acceso anche il dibattito sul ripopolamento delle aree interne del nostro Paese, abbandonate in favore della vita nelle metropoli, e oggi significativamente più appetibili grazie alle possibilità concesse dallo smartworking, nonché a un immaginario di vita più “sana”.

Le nostre città hanno urgente bisogno di essere ripensate a fronte di questi e di molti altri aspetti, secondo lenti misurate e specifiche. Per farlo, è sostanziale analizzare e comprendere i bisogni delle persone, coinvolgerle nel processo progettuale, indagare insieme a loro a quali immaginari dovrebbe rispondere la città nella quale vivono. Solo così potremo costruire gli spazi urbani che, non solo ci sembreranno migliori, ma che lo saranno a tutti gli effetti.

*Il gender mainstreaming è un approccio strategico alle politiche che si pone l’obiettivo del raggiungimento dell’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini in ogni ambito della società e che prevede l’integrazione di una prospettiva di genere nell’attività di realizzazione delle politiche. Individuato a Pechino nel 1995 durante la IV Conferenza mondiale sulle donne come strumento principe per il superamento delle disuguaglianze di genere, la Commissione europea lo introdusse, in una comunicazione del 1996 come strategia indispensabile per garantire la parità. Maggiori info a questo link: ec.europa.eu/employment…

Florencia Andreola
Florencia Andreola
PhD in Storia dell'Architettura, è ricercatrice indipendente nell’ambito di varie discipline che ibridano la ricerca sull'architettura e la città. È co-curatrice del progetto di ricerca Sex & the City. È autrice con Azzurra Muzzonigro di Milan Gender Atlas / Milano Atlante di Genere (LetteraVentidue, 2021), ha curato Disagiotopia. Malessere, precarietà ed esclusione nell'era del tardo capitalismo (DEditore, 2020) e co-curato Milano. L'architettura dal 1945 a oggi (Hoepli, 2018), Backstage. L'architettura come lavoro concreto (Franco Angeli, 2016) e Guida all'architettura di Milano 1945-2015 (Hoepli, 2015). Ha pubblicato saggi e recensioni su varie riviste.

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