2 Marzo, 2024

Tra rigenerazione e riciclo. Il treno come dispositivo per l’avvio di nuovi cicli di vita: il caso della Val Venosta

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In un mondo dominato dall’automobile, che ha ridotto lo spazio urbano a misura del codice della strada, è interessante discutere progetti di rigenerazione che migliorano la qualità dello spazio pubblico e collettivo, riorganizzano il sistema di accessibilità alle attrezzature pubbliche, integrano le reti di mobilità sostenibile e attiva con le reti verdi e blu, diventando concreta risposta ai cambiamenti climatici. In particolare, interessanti sono i progetti realizzati al di fuori delle grandi città, e così l’anno scorso è stato dedicato un modulo del Master U-Rise in Rigenerazione Urbana ad alcuni piccoli e medi centri del Nord Est (Vigonza, Montebelluna, Gorizia) e quest’anno alla riattivazione della ferrovia in Val Venosta.

La ferrovia che collega Merano con Malles, superando 700 metri di dislivello in circa 60 km e 18 stazioni, è stata inaugurata una prima volta nel 1906, ma nella seconda metà del Novecento ha subito un processo di declino, tanto da essere definita “ramo secco” nel 1985 e chiusa nel 1990. A quel punto la Provincia di Bolzano ha avviato l’iter per l’acquisto del sedime e piuttosto di scegliere “strade” probabilmente più semplici (fare una “camionabile” per il trasporto delle 300.000 tonnellate di mele prodotte ogni anno nella valle, oppure una più accattivante “greenway”) ha deciso di riattivarla, riaprendola nel 2005 costituendo un’apposita azienda (STA Strutture Trasporto Alto Adige).

Figura 1 – Foto di Elisabetta Carboni

Osservando con attenzione le opere realizzate, dall’armamento ai convogli, dal restauro delle stazioni esistenti alla contemporanea realizzazione dei nuovi elementi che oggi ricerchiamo in una efficiente stazione (marciapiedi, pensiline e panchine, sottopassi, ascensori, ecc.), ci rendiamo subito conto però che qui non stiamo parlando solo di un treno o di un servizio ferroviario, ma della contemporanea messa all’opera di diverse politiche e “culture del progetto”: dall’ingegneria dei trasporti al design industriale, dal progetto architettonico a quello dello spazio aperto e del progetto di suolo. La riattivazione della ferrovia è stata cioè accompagnata da interventi di ripristino degli spazi delle stazioni che in alcuni casi le hanno trasformate in piccole “agorà” e nodi di connessione con i piccoli centri che costellano la valle: un’articolata cura e qualità degli interventi architettonici e urbani, fondamentali per rendere attrattivo il servizio e quindi la buona riuscita di tutta l’operazione.

Alla riattivazione della ferrovia e delle stazioni si è aggiunta inoltre la realizzazione di una rete ciclabile che consente di collegare i diversi paesi e di attraversare la valle sia per le pratiche quotidiane sia per turismo, facendo perno sulle stazioni diventate piccoli “hub” intermodali (treno + bici + escursionismo) facendo diventare il viaggio una “esperienza” che consente di scoprire i diversi paesaggi della valle. 

Figura 2 – Foto di Elisabetta Carboni

Alcuni comuni hanno poi correttamente colto l’opportunità di collocare nei pressi delle stazioni le loro attrezzature pubbliche, tanto che in alcuni casi (ad esempio a Sluderno e Laces) questa è diventata occasione per ridefinire con interessanti progetti di suolo il rapporto tra la stazione e il centro urbano, facendo della mobilità sostenibile occasione per un più ampio ridisegno del paese. Tra questi casi si può collocare anche Malles (dove la stazione è diventata una piccola centralità attorniata dal campeggio, gli impianti sportivi e scolastici, i collegamenti autobus locali e internazionali) e Silandro, dove la rigenerazione dell’ex caserma Druso prevede un insediamento residenziale munito di piattaforma intermodale treno-bus-bici (cioè fa della vicinanza della stazione un suo elemento di forza) ed è caratterizzata dalla presenza di “Basis”, un social activation hub finanziato con fondi FESR, destinato a piccole imprese innovative, startup, freelance, artisti, ed associazioni culturali.

Ovviamente non siamo di fronte alla soluzione di tutti i mali, ma ad una vicenda urbanistica che a partire dalla mobilità diventa politica di “welfare materiale”, traducendo in materiali concreti le politiche di welfare state, ricordandoci che il welfare non può essere solo trasferimento di denaro ma costruzione di un adeguato ambiente di vita, e di come si può farlo attraverso la “manipolazione ricreativa” e il “riciclo” di opere e spazi esistenti.

Un progetto infrastrutturale che non ragiona solo in termini di “riduzione del danno”, ma di capacità di avviare nuovi cicli di vita condivisibili, in grado di migliorare la vita quotidiana di residenti e al contempo interpretare il turismo come occasione per disegnare il futuro.

Ulteriori approfondimenti

  • Munarin S., Tosi M.C. (2021), Tra servizi ecosistemici e mobilità attiva: gli standard come progetto di suolo. In: AA.VV., Diritti in città. Roma: Donzelli.

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