2 Dicembre, 2022

Rischio povertà e Covid-19: un’analisi dei fattori di fragilità a livello territoriale

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La crisi pandemica dovuta al Covid-19 ha colpito duramente la società globale esercitando una forte pressione sul funzionamento dei sistemi non solo sanitari ma anche sociali dovuti allo shock economico innescato dalle misure di contenimento del virus. Non siamo ancora in grado di quantificare completamente l’effetto, soprattutto di lungo periodo, delle restrizioni e delle chiusure di diversi settori economici sui sistemi di produzione e sulle preferenze di consumo e di investimento delle famiglie. Tuttavia, possiamo riconoscere come questa condizione abbia portato inevitabilmente con sé delle conseguenze “disuguali”: l’emergenza ha contribuito all’aumento di vecchie e nuove forme di povertà e di deprivazione materiale.

Da questo punto di vista, l’Italia rappresenta un punto di osservazione privilegiato per indagare l’impatto dell’emergenza sanitaria sulle condizioni di vita degli individui in termini di povertà. L’Italia, infatti, è uno dei primi paesi europei ad essere stato colpito dalla pandemia ed è il primo ad avere adottato delle misure severe di lockdown e di distanziamento sociale. In secondo luogo, è un paese caratterizzato da alcuni elementi contestuali e socioeconomici che possono fungere da acceleratori nell’impatto della crisi economica dovuta alla pandemia, soprattutto in alcuni contesti territoriali: vivere in una determinata macroarea geografica o in una località urbana o rurale struttura diversamente il rischio di vivere in povertà o in una condizione di disuguaglianza. Infine, l’Italia ha uno dei tassi di incidenza della povertà assoluta più alti (7.7% nel 2020), nonché è uno dei paesi europei con la più alta incidenza di povertà da lavoro. Questo significa che la posizione lavorativa degli individui o delle famiglie può non rappresentare un elemento di protezione dal rischio di essere poveri, specialmente in un contesto di debolezza del sistema di welfare state e di progressiva deregolamentazione “ai margini” del mercato del lavoro, come nel contesto italiano.

Ma quali sono stati i gruppi sociali maggiormente esposti a una riduzione del reddito durante il primo anno di pandemia? In altre parole, qual è la relazione tra la condizione di povertà pre-pandemia e la successiva variazione di reddito? E inoltre, tenendo conto della frammentazione delle politiche di sostegno al reddito (la cui ammissibilità è stata strettamente condizionata dallo stato occupazionale e dalla tipologia di contratto dei lavoratori) che ruolo ha avuto la posizione lavorativa nel proteggere le famiglie dal rischio di cadere in una condizione di povertà? E l’area di residenza? I contesti economicamente più vivaci, come il Nord e i centri urbani di maggiori dimensioni, hanno avuto un ruolo protettivo?

I dati dell’Indagine Straordinaria sulle Famiglie Italiane della Banca d’Italia raccolti tra novembre 2020 e febbraio 2021 consentono di rispondere, almeno in parte, a questi quesiti. In particolare, consentono di analizzare la relazione tra la condizione di svantaggio o vantaggio socioeconomico precedente allo scoppio dell’emergenza sanitaria – intesa come la difficoltà o meno incontrata nel far quadrare i conti fino a fine mese (che permette di identificare situazioni di “povertà soggettiva”) – e la riduzione del reddito familiare (incluso qualsiasi sostegno al reddito ricevuto) nell’anno successivo. La relazione è stata analizzata anche osservando l’effetto della condizione occupazionale dei soggetti e del contesto residenziale, definito in termini di macroregione e di livello di urbanizzazione del comune di residenza. Questo ci permette di identificare coloro che sono stati più colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia e che necessitano di un’attenzione specifica nelle politiche sociali.

Secondo i dati, poco meno di un terzo delle famiglie ha sperimentato una riduzione di reddito ad un anno dallo scoppio della crisi pandemica e circa il 14% delle famiglie ha visto una riduzione consistente del reddito, cioè con un decremento superiore al 25%. E, in termini di accumulazione di svantaggi, le famiglie più colpite sono state proprio quelle che erano (o si sentivano) già povere prima della pandemia, ossia coloro che hanno dichiarato di riuscire ad arrivare a fine mese con difficoltà o gravi difficoltà. Così, in linea con quanto osservato nella fase post-crisi finanziaria del 2008, le famiglie già deprivate hanno avuto più probabilità di sperimentare una condizione di deterioramento della loro situazione economica.

Si consideri ora l’impatto diversificato delle strategie implementate per il contenimento del virus e si tenga conto di come le misure straordinarie abbiano colpito in modo eterogeneo sia il settore economico sia i territori. I dati mostrano come alcuni gruppi sociali siano stati maggiormente esposti al rischio di vulnerabilità a seconda del loro status occupazionale e dell’area di residenza.

Da un lato, le famiglie residenti nei comuni medio-piccoli del Nord e del Centro sono state le più colpite dalla riduzione del reddito, in parziale linea con le dinamiche di povertà oggettiva evidenziate dalla statistica ufficiale nel periodo post-Covid (Istat, 2021). In contrasto invece con le tendenze osservate nell’ultimo decennio, le famiglie delle regioni meridionali sono state meno esposte al rischio, in quanto il blocco della pandemia sembra aver colpito soprattutto le aree più dinamiche e produttive del paese.

Dall’altro lato, si è delineato un chiaro modello di svantaggio sociale in base alla posizione nel mercato del lavoro di per sé già “ai margini” e frammentato nel periodo pre-pandemico: i lavoratori autonomi, i disoccupati e i lavoratori precari non sono stati tutelati a sufficienza nelle politiche di sostegno al reddito e dai sistemi di protezione sociale (es. CIG).

Nel complesso, i risultati evidenziano come il rischio di povertà conseguente alla pandemia non sia stato equamente distribuito tra la popolazione e portano con sé una riflessione sulla necessità di una pianificazione politica che prenda in carico le nuove disuguaglianze e le disuguaglianze strutturali di lungo periodo. Affinché queste politiche siano efficaci, devono essere disegnate e implementate a favore dei segmenti sociali più deboli e vulnerabili, tenendo conto del costo della vita e promuovendo una maggiore stabilità nel mercato del lavoro, proteggendone le risorse e i consumi dai periodi di shock economico.

Ulteriori approfondimenti

Simona Ballabio, Violetta Tucci
Simona Ballabio, Violetta Tucci
* Simona Ballabio, Ha conseguito il dottorato di ricerca in Sociologia Applicata e Metodologia della Ricerca Sociale presso l’Università di Milano-Bicocca. Dal 2010 lavora presso l’Istat occupandosi di raccolta dati, di promozione e diffusione della cultura statistica e di ricerca e analisi soprattutto a livello territoriale. Dal 2020 è professore a contratto in statistica presso il Dipartimento di Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia dell’Università di Milano-Bicocca. * Violetta Tucci, Dottoranda di ricerca in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale all’università di Milano in collaborazione con l’università di Torino e partecipante al programma dottorale LIVES - Swiss of Expertise in Life Course Research. I suoi interessi di ricerca riguardano le disuguaglianze socioeconomiche e abitative durante la fase di transizione alla vita adulta.

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