20 Aprile, 2024

Pensare con gli “irregolari”

Tempo di lettura: 5 minuti

Ha senso interrogare dal punto di vista concettuale le pratiche di pianificazione oggi? Ha senso farlo dopo che le teorie della pianificazione, dagli anni Trenta del secolo scorso ad oggi, sembrano aver sviscerato in ogni aspetto presupposti, processi, opportunità e limiti dell’azione di pianificazione, sia dal punto di vista puramente teoretico, sia sotto il profilo dell’indagine empirica? La risposta positiva a questa domanda è il luogo da cui ho preso le mosse per scrivere il piccolo libro Gli irregolari. Suggestioni da Ivan Illich, Albert Hirschman e Charles Lindblom per la pianificazione a venire.
In questo breve intervento intendo innanzitutto dar conto delle argomentazioni che sorreggono la mia risposta positiva al quesito iniziale e restituire la strategia “genealogica” che ho adottato tornando ad autori che oggi ci sembrano lontani.
Innanzitutto, una precisazione. Non è in questione per me la formulazione di una teoria generale della pianificazione (o della sua impossibilità). Lascio ad altri questo lavoro, che ha avuto nel secolo scorso straordinari interpreti, ma anche stanchi epigoni. Il mio punto di vista prende le mosse dalle pratiche, dal fare pianificazione ordinario e quotidiano nel quale sono impegnate innumerevoli istituzioni e attori sociali.
Nonostante il discredito del pubblico, e lo spostamento ingente di potere, risorse e consenso dalla sfera dello stato a quella del mercato nel corso degli ultimi cinquanta anni, dopo la chiusura dei “Trenta gloriosi” del secondo dopoguerra, in molti luoghi del pianeta (nelle democrazie occidentali così come nei diversi regimi più o meno autoritari) si è continuato a pianificare l’intervento pubblico, a programmare l’utilizzo di risorse magari meno ingenti del passato ma comunque significative, a costruire progetti di sviluppo e coesione. Dunque, occuparsi dell’efficacia della pianificazione ha continuato e continua ad essere un compito rilevante, a maggior ragione in un contesto di strozzatura delle risorse pubbliche (finanziarie, cognitive, di autorevolezza) e di riduzione della credibilità e della fiducia nei confronti delle istituzioni.
D’altra parte, le crisi globali che hanno investito il nostro pianeta tra la fine degli anni Novanta ed oggi (in sequenza: la minaccia terroristica, la più grande crisi finanziaria dell’ultimo secolo, la pandemia e da ultimo il ritorno di una guerra pericolosissima nel cuore d’Europa) interrogano sulla necessità dell’azione pubblica e sul ruolo dello stato e delle istituzioni di fronte a processi di rottura che il capitalismo globalizzato a trazione finanziaria non è in grado di governare e nemmeno di assicurare e riassicurare. Senza dimenticare, sullo sfondo, la crisi climatica che sta scuotendo il pianeta e che investe profondamente demografie, tecnologie, economie e culture, spostando equilibri geopolitici e di potere.
Insomma, pur con molteplici contraddizioni possiamo parlare di una fase nuova dell’intervento pubblico di pianificazione, seppure in un contesto molto incerto e a fronte di conflitti culturali e politici assai acuti. Questa fase, in Europa, è stata certificata dal cambiamento di paradigma introdotto da Next generation EU e dalla eccezionale quantità di risorse messa a disposizione per investimenti da programmare e pianificare, che ha interessato in primo luogo l’Italia.
Dunque, avremo di fronte anni in cui dovremo programmare e soprattutto gestire risorse pubbliche in una dimensione sconosciuta da decenni, in un contesto altamente instabile, in condizioni di impoverimento delle capacità e delle risorse cognitive delle pubbliche amministrazioni. Mi sembra un argomento giù sufficiente a giustificare un interesse per il tema del senso, delle forme e dei limiti della pianificazione oggi.
A queste ragioni di una ripresa di interesse verso il tema delle criticità e delle sfide della pianificazione si aggiunge un argomento che ha a che vedere con una valutazione dell’afasia e dell’inadeguatezza delle culture della pianificazione.
Da una parte, la planning theory internazionale appare sempre più slegata dalle pratiche concrete, tra fughe ultrateoriche di un’accademia sempre meno connessa alla realtà e ritorno a formalismi che sembravano ormai fuori gioco. Questa diagnosi, che non posso argomentare adeguatamente in questa sede, ha molte cause, interne ed esterne alla teoria della pianificazione. A me sembra evidente che tra ritorno a derive scientiste e tecnocratiche e velleitarismo di tanta parte delle diverse “critical theories” venga a mancare un approccio capace di misurarsi con i processi e con le pratiche ordinarie, con l’azione amministrativa, con le fatiche dell’attuazione.
Dall’altra parte, le culture e i saperi in azione da parte di chi è chiamato a disegnare e attuare politiche e progetti appare largamente inadeguata, in assenza del pieno dispiegamento di quella “intelligenza delle istituzioni” di cui parlava ormai molti anni fa Carlo Donolo.
Di qui, la strategia dello sguardo rivolto all’indietro, ad autori che in passato sono stati chi più (Hirschman, e in parte Lindblom), che meno (Illich) mobilitati come antidoti ad un pensiero pigro della pianificazione, ad approcci razional comprensivi che sembravano consegnati alla storia e che invece agiscono potentemente come orizzonte implicito per l’attività di programmazione e pianificazione.
Il mio sguardo verso Illich, Hirschman e Lindblom, fortemente debitore del magistero di Pier Luigi Crosta, a cui devo il mio primo incontro con questi autori, non è quello dello storico delle idee; utilizzo tre maestri del pensiero interdisciplinare (e indisciplinato) del XX secolo per affrontare temi che mi sembrano della massima urgenza. Come evitare la hybris della pianificazione, provando a riallacciare i legami tra le azioni di pianificazione e la vita, tra intenzioni ed impatti? Come sospendere e depotenziare gli effetti controproduttivi delle istituzioni disabilitanti? Come costruire progetti di sviluppo guidati dalla logica del possibile? Come riconoscere i meccanismi che presiedono all’efficacia dell’azione pubblica? Di quali conoscenze utilizzabili abbiamo bisogno per pianificare in contesti di radicale pluralità delle forme di vita? Che implicazioni ha il riconoscimento che la pianificazione è un processo multiattoriale, conflittuale, plurisenso, che mette in gioco diverse rappresentazioni e interessi?
I miei “irregolari” mi hanno aiutato a riattivare queste domande, a cui ho cercato di corrispondere mostrandone la pertinenza per interpretare e agire le pratiche, viscose e incerte, nelle quali siamo ingaggiati. Il mio auspicio è che il piccolo libro serva almeno ad abitare queste pratiche in modo più consapevole.

Ulteriori approfondimenti

  • Pasqui G., (2022), Gli irregolari, Suggestioni da Ivan Illich, Albert Hirschman e Charles Lindblom per la pianificazione a venire, Franco Angeli – Collanda del Dastu Politecnico di Milano, Milano. https://www.francoangeli.it/libro?id=28287

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