11 Febbraio, 2026

La longevità fragile: le persone anziane non autosufficienti

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Le società contemporanee si confrontano con una crescente longevità, una longevità spesso fragile soprattutto quando significa perdita di autonomia. Nel 2024, in Italia, la speranza di vita alla nascita raggiunge gli 83,5 anni (81,5 anni per gli uomini e 85,6 anni per le donne). L’allungamento della vita, tuttavia, non sempre si accompagna ad un parallelo aumento degli anni vissuti in buone condizioni di salute. Nello stesso anno, si stima una speranza di vita in buona salute di 58,1 anni, in diminuzione rispetto al 2023 (59,1 anni) e con significative differenze di genere (59,8 anni per gli uomini e 56,6 anni per le donne).

In un contesto di progressivo invecchiamento della popolazione, un tale divario assume una rilevanza crescente, poiché un numero sempre più ampio di persone trascorre una quota significativa della vita in condizioni di disabilità, cronicità o ridotta autonomia. Al contempo, si mette in luce come i processi di invecchiamento, caratterizzati da declino funzionale e cognitivo, quando si associano alla presenza di più patologie croniche aumentano il rischio di fragilità e di non autosufficienza. La multimorbilità è infatti collegata a esiti clinici più gravi, a una riduzione della qualità della vita, a una maggiore mortalità. Nella popolazione anziana – e in particolare nella fascia di età di 75 anni e oltre – la prevalenza di malattie croniche è molto elevata, determinando una crescente complessità clinica e una maggiore domanda di cura sanitaria e di assistenza.

Entro questo quadro, dunque, si apre l’interrogativo sull’impatto della longevità rispetto alla salute pubblica, ovverosia in che termini l’allungamento della vita incide sullo stato di salute della popolazione e in che modo impatta sulla sostenibilità del sistema socio-assistenziale e sanitario. Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2024, il 47,3% di persone anziane di età compresa tra 65 e 74 anni presenta almeno due malattie croniche, quota che raggiunge il 66% tra la popolazione di 75 anni e oltre.

Così come, la presenza di limitazioni – gravi e non gravi – nello svolgimento di attività abituali e ordinarie a causa di problemi di salute (fisici, mentali o emotivi) interessa in modo particolare la popolazione anziana. Nel 2023, si registrano 6 milioni 469mila anziani di 65 anni e oltre che vivono in famiglia e dichiarano di avere limitazioni gravi o non gravi (Tabella 1), il 52,2% della popolazione che presenta limitazioni. In particolare, sono 1 milione 836mila (il 28,4% di coloro che presentano limitazioni) gli anziani che dichiarano gravi limitazioni nelle attività abitualmente svolte; di questi il 74,1% (1 milione 360mila persone) ha oltre 75 anni di età.

Gravità delle limitazioniClasse di etàTotale anziani
65-74 anni75 anni e più
Limitazioni gravi4761.3601.836
Limitazioni non gravi2.0402.5934.633
Totale persone con limitazioni (gravi e non gravi)2.5163.9536.469
Senza limitazioni3.7952.5556.350
Non indicato5805901.170
Totale6.8907.09813.988
Tabella 1 Persone anziane per gravità delle limitazioni nelle attività abitualmente svolte, per classe di età, 2023, valori assoluti in migliaia
Sono considerate con disabilità le persone che vivono in famiglia e dichiarano di avere delle limitazioni gravi (a causa di motivi di salute che durano da almeno sei mesi alla data della rilevazione) nelle attività che svolgono abitualmente. Non sono comprese le persone con disabilità che vivono nelle residenze. I dati sono ottenuti come media degli ultimi due anni.
Fonte: elaborazione IFEL-Area Studi e Statistiche Territoriali su dati Istat, 2025

E non è tutto. Secondo i dati raccolti dal sistema di sorveglianza Passi d’Argento, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, nel biennio 2023-2024, il 13,7% degli over 65 presenta limitazioni nel compiere almeno una delle attività della vita quotidiana (Activities of Daily Living – ADL), ovverosia funzioni fondamentali come mangiare, vestirsi o spogliarsi, gestire gli spostamenti letto-sedia, lavarsi, utilizzare i servizi igienici. Una quota che sale al 41,8% tra i grandi anziani di 85 anni e oltre. Gli uomini evidenziano un grado di autonomia nelle attività fondamentali della vita quotidiana superiore alle donne, con una percentuale del 9,6% rispetto al 16,9%.

La quota di chi presenta limitazioni è significativamente più elevata tra gli anziani con un basso livello di istruzione: il 26,1% tra coloro che possiedono al massimo la licenza di scuola primaria a fronte del 4,1% tra coloro che hanno una laurea. Anche le condizioni economiche incidono in modo rilevante: tra gli anziani che dichiarano molte difficoltà economiche, il 30,7% presenta limitazioni funzionali nelle attività fondamentali a fronte dell’8,6% tra coloro che dichiarano di non averne. A livello territoriale, l’incidenza di anziani non autosufficienti nelle funzioni fondamentali della vita quotidiana è più elevata nelle regioni del Mezzogiorno (17,4%) rispetto a quelle del Centro (13,5%) e del Nord (9,7%). Tali divari riflettono non solo le diverse condizioni di salute della popolazione anziana, ma anche le differenze nell’offerta o nell’accesso di servizi di prevenzione e cura tra le diverse aree del Paese.

Considerando il livello di autonomia nelle attività strumentali della vita quotidiana (Instrumental Activities of Daily Living – IADL) – ovverosia funzioni complesse come la preparazione dei pasti, le attività domestiche, l’assunzione di farmaci, l’uso del telefono, la gestione delle risorse economiche e l’utilizzo di mezzi di trasporto –, si evidenzia che nel biennio 2023-2024 il 15,9% degli over 65 presenta limitazioni nel compiere due o più di queste funzioni, anche se è autonomo nello svolgimento delle attività fondamentali (ADL). Non emergono significative differenze tra uomini (14,7%) e donne (16,9%), ma la percentuale aumenta progressivamente con l’età, raggiugendo il 30,7% tra i grandi anziani (85 anni e oltre).

La non autosufficienza nelle attività complesse è correlata a fattori socio-economici: la quota di anziani che necessita di supporto è maggiore tra coloro che dichiarano gravi difficoltà economiche (23,8%) rispetto a coloro che dichiarano di non averne (13%); così come è più consistente tra gli anziani con un basso livello di istruzione (il 23,8% tra coloro che possiedono al massimo una licenza di scuola primaria a fronte dell’8,5% tra coloro che possiedono una laurea). Ugualmente importanti sono i divari registrati a livello territoriale: la percentuale di anziani con limitazioni funzionali nelle attività complesse è più elevata nel Mezzogiorno (19,4%) rispetto al Centro (17%) e al Nord (11%).

Nell’insieme, i dati evidenziano l’impatto delle condizioni socio-economiche sui livelli di autonomia nelle attività essenziali della quotidianità e, più in generale, sulla qualità della vita delle persone anziane. Così come mettono in luce il lavoro invisibile della rete familiare: il 95% circa degli over 65 dichiara di ricevere assistenza dai propri familiari per le attività di vita quotidiana per cui non è autonomo, a conferma di un sistema di welfare che consegna la cura dei soggetti più fragili quasi interamente alle famiglie. In tale prospettiva, la non autosufficienza non si presenta come una condizione che riflette unicamente la perdita delle capacità funzionali, ma si affaccia come una problematica complessa e multidimensionale che riflette e al contempo amplifica i fattori di fragilità determinati dai contesti di vita e di relazione. Nel quadro di una popolazione sempre più longeva, dunque, la non autosufficienza rappresenta (ancora) una rilevante sfida.

Rimane aperto l’interrogativo sulle promesse e sulle possibilità della riforma dell’assistenza agli anziani non autosufficienti relativamente all’assistenza continuativa, alla costruzione di un settore integrato e al superamento dell’attuale frammentazione delle misure, alla definizione di nuove forme di intervento, più rispondenti alle esigenze dell’oggi, oltre che all’ampliamento dell’offerta in risposta alla persistente carenza di servizi.


Approfondimenti

*Il lavoro riflette esclusivamente le opinioni dell’autrice senza impegnare la responsabilità dell’Istituzione di appartenenza.