13 Giugno, 2024

Perché conta la cultura? Innovazione e partnerships nelle mostre del Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Tempo di lettura: 6 minuti

I grandi musei delle capitali più importanti del mondo oltre a plasmare lo sviluppo dello spazio urbano e di fruizione dell’offerta culturale, contribuiscono a costruire coalizioni di attori capaci di mobilitare le energie sociali che concorrono alla crescita del territorio. Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è un esempio virtuoso, coerente con la Convenzione di Faro e l’Agenda Unesco. E’ un’istituzione culturale di alto profilo e di lunga durata — a partire dai tempi di Carlo III di Borbone, allorquando il Museo aveva il ruolo di conservazione e promozione della cultura classica nel mondo del XVIII secolo.

Recentemente, l’apertura del Museo nei confronti della città ha innescato processi di inclusione sociale che ne hanno amplificato la missione educativa ed emancipativa. Il potenziale formativo e imprenditivo delle attività di educativa territoriale, di promozione delle imprese culturali e creative e di riqualificazione delle aree più degradate ha messo in moto processi di cambiamento di natura relazionale, socioculturale e materiale. Nel contesto urbano e regionale più ampio, le relazioni di collaborazione che il Museo intrattiene con le istituzioni di governo, le altre istituzioni di cultura e con le imprese culturali e creative nonché la crescente attrazione di visitatori residenti e provenienti da altre regioni e da altri paesi del mondo alimentano inedite forme di imprenditorialità che creano ricchezza e occupazione sul territorio, ma anche avanzamento civile e socio-culturale. In tale contesto, l’emergenza Covid, se ha interrotto bruscamente i flussi dei visitatori in presenza, ha anche offerto l’occasione per sostenere la trasformazione digitale a tappe forzate, con guadagni di efficienza e nuove modalità di fruizione culturale e di cooperazione nelle reti lunghe dello spazio virtuale. Come dare conto del valore che si è generato sul territorio?

Figura 1 – Sala della Meridiana, Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Con un focus sulle mostre, lo studio sull’impatto sociale del MANN condotto in collaborazione con il Centro Interdipartimentale – LUPT dell’Università di Napoli Federico II prova a superare un impianto valutativo che ha finora privilegiato l’attenzione ai flussi di visitatori e alle entrate derivanti dai biglietti venduti. Come è noto, si tratta di indicatori comunemente adottati per documentare il successo di pubblico delle mostre e la capacità delle stesse di mobilitare risorse finanziarie a vantaggio dei musei autonomi. Eppure le metriche appena riportate non colgono importanti aspetti relazionali e culturali che concorrono a generare valore per il territorio. 

In ragione delle lacune evidenziate, lo studio prende le mosse dai dati dei visitatori e degli introiti della bigliettazione, ma li integra con un’indagine sulle collaborazioni avviate con artisti e ricercatori, con le istituzioni di governo locale e regionale, l’Università, l’Accademia di Belle Arti, il mondo dell’associazionismo. L’analisi si interroga sulla capacità di innovazione dell’offerta culturale attraverso la co-creazione ed esplora la multi-dimensionalità del valore, interpellando un panel di esperti al fine di caratterizzare le dimensioni di natura storica, politica, simbolica, spirituale, estetica e sociale che la letteratura sul valore (economico) dell’arte ha messo recentemente a fuoco (cfr. Angelini, e Castellani, 2019). 

Su un campione di 18 mostre realizzate tra il tra il 2016 e il 2022, oltre ai dati quantitativi sui biglietti e i visitatori, la ricerca ha preso in esame le informazioni qualitative desunte dalle interviste con testimoni privilegiati. Lo studio approfondisce la logica delle collaborazioni e i relativi costi, rischi e benefici. Superando la mera conta delle relazioni avviate, le interviste scavano in profondità nella governance dei partenariati, nella leadership, nelle aspettative dei partners e negli esiti attesi e inattesi percepiti e riconosciuti dagii attori del territorio intervistati. Le informazioni raccolte hanno, così, permesso di sviluppare una serie di ipotesi sugli elementi che concorrono a generare il valore sociale, culturale ed economico delle mostre.

Sono state esaminate, in particolare, due condizioni assunte come cruciali a caratterizzare il valore delle mostre, vale a dire la relazionalità sviluppata nell’ideazione e nell’organizzazione delle mostre e l’innovatività del loro contenuto rispetto all’offerta culturale tradizionalmente associata al MANN.

I risultati dell’analisi comparativa qualitativa (QCA) mostrano che entrambe le condizioni considerate — sia singolarmente che insieme — sono sufficienti a dar conto del valore delle mostre esaminate, in aggiunta agli indicatori dei visitatori e dei ricavi. Il contenuto innovativo della mostra si collega ad un più elevato valore socioeconomico, in termini di ricavi e visitatori. Il che conferma l’importanza del valore simbolico dei prodotti culturali che come per qualsiasi prodotto industriale (si pensi ad es. alla vespa…) non è unicamente associato a caratteristiche tecniche o tecnologiche di alto valore aggiunto. Il risultato conferma anche che l’innovazione culturale è un potente motore di sviluppo di un museo, come concludono Coblence & Sabatier (2014 ) studiando il Louvre.

Figura 2 – “Vicolo della cultura” nel Rione Sanità (NA)

Per quanto riguarda le relazioni collaborative, i risultati della QCA suggeriscono che le partnership hanno un peso maggiore nella creazione del valore culturale delle mostre. Le collaborazioni del MANN operano come meccanismi di coinvolgimento degli attori, piuttosto che come soluzioni organizzative di divisione del lavoro e di riduzione dei costi della produzione. Le partnership favoriscono una più radicata presenza del Museo nel contesto regionale, contribuendo a dare rilievo e significato al ruolo di impulso e di attrazione che il Museo svolge nella programmazione dell’offerta culturale e degli investimenti produttivi. Si tratta di un valore politico delle mostre, collegato alla democraticità delle decisioni e alla mobilitazione di una leadership diffusa e partecipativa, che aiuta a formare capacità decisionali e organizzative sul territorio — tipicamente sottodimensionate nei contesti meno avanzati, come ci ricorda Hirschman. Ne è un esempio rilevante l’iniziativa del Quartiere della cultura che, definendo uno spazio fisico di azione al di fuori delle mura del Museo, favorisce la pianificazione delle iniziative di rigenerazione urbana del Comune di Napoli e gli investimenti produttivi delle imprese e delle organizzazioni del terzo settore. Ma il quartiere della cultura è anche e soprattutto uno spazio di ricerca delle radici culturali delle comunità del Mediterraneo che hanno popolato il territorio partenopeo e il Mezzogiorno d’Italia nei secoli: il Quartiere della Cultura è, quindi, un terreno di dialogo e cooperazione tra le tante e diverse culture del mondo che trovano ideale riconoscimento e valorizzazione nelle mostre del MANN.

Riferimenti bibliografici

Angelini F., Castellani M. (2019), Cultural and economic value: a critical review. Journal of Cultural Economics, 43, 2:173-188.

Coblence E., Sabatier V. (2014), Articulating Growth and Cultural Innovation in Art Museums. International Studies of Management & Organization, 44, 4: 9-25.

MANN (2022), Il quartiere della cultura. I quaderni del MANN. Napoli: in corso di pubblicazione.

Articoli correlati

Spazi ibridi e città di prossimità. Il caso di Milano

Negli ultimi anni si sono moltiplicate esperienze in grado di coniugare attivismo, terzo settore e innovazione sociale nelle nostre città. Sono luoghi variamente denominati che hanno nella loro natura ibrida la loro caratteristica principale. A Milano, con un netto impulso durante la fase pandemica, gli spazi ibridi sono cresciuti e si sono affermati. E oggi possono essere valorizzati nelle politiche pubbliche se è vero che la città punta davvero a essere sempre più inclusiva e di prossimità.

Salute e territorio: quali connessioni?

L'analisi dei dati ISTAT sulle spese comunali del 2020 rivela l'impatto della pandemia sulla sanità territoriale. Mentre alcuni interventi sono stati interrotti per la paura del contagio, altri hanno richiesto maggiori risorse. Il PNRR ha avviato riforme attese da tempo, come il DM 77, definendo modelli per l'assistenza territoriale. È cruciale concentrarsi sulla sanità di prossimità, specialmente nelle aree interne. Il concetto di One Health guida le politiche, evidenziando l'interconnessione tra ambiente, salute umana e animale. L'Italia, nonostante un'elevata aspettativa di vita, affronta sfide demografiche. È necessario riorientare le politiche per affrontare le patologie croniche, garantendo la sostenibilità del sistema sanitario.

Il PNRR per il socio-sanitario: le riforme previste

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è fondamentale per la ripresa post-pandemia in Europa. In Italia, si focalizza su inclusione e salute, destinando rispettivamente il 9% e l'8% del budget. La Missione 5 mira a riformare l'assistenza alle persone disabili e anziane non autosufficienti, mentre la Missione 6 si concentra sulla sanità territoriale e l'innovazione. Tuttavia, manca un'approccio integrato tra le due missioni, nonostante la chiara interconnessione tra salute e qualità della vita quotidiana, come dimostrato dagli impatti della pandemia da Covid-19.

Le regole per la sanità (e la salute) di prossimità

La salute è un sistema che interviene con azioni diverse sulla malattia ma è anche gioco d’anticipo sulla stessa. Un anticipo che, senza una visione di lunga durata e di pervasività nella società, appare spesso come una spesa rinviabile o un optional. La prevenzione, nelle sue diverse sfaccettature, la medicina di prossimità, le prestazioni a domicilio, sono, al contrario, un investimento obbligatorio sul futuro, strettamente connesso all’uso delle risorse (umane, tecnologiche, economiche) disponibili sul territorio.

La spesa dei comuni per i servizi sociali: trend e divari territoriali

L'analisi del 2021 sui Conti Pubblici Territoriali mostra che l'Italia investe consistentemente in sanità e servizi sociali, con una spesa media di 2.179€ per la sanità e 1.474€ per interventi sociali pro capite. Nel 2020, i comuni hanno destinato 7,85 miliardi di euro, lo 0,47% del PIL, ai servizi sociali, con un aumento del 4,3% rispetto al 2019. Le disparità regionali sono evidenti, con il Nord che supera il Mezzogiorno. Il 36% della spesa comunale va agli interventi diretti, il 32% alle strutture e il 31% ai trasferimenti in denaro, con un notevole aumento nel 2020. Si notano aumenti nella spesa per povertà e disagio, ma preoccupa il calo degli investimenti per gli anziani, nonostante l'invecchiamento della popolazione.