5 Ottobre, 2022

Dalla rigenerazione alla rimilitarizzazione delle ex caserme dismesse. Il caso della Caserma Trieste a Casarsa della Delizia

Tempo di lettura: 6 minuti

Aree militari dismesse in Friuli-Venezia Giulia
In Friuli-Venezia Giulia la militarizzazione del territorio è stata una pratica storicamente diffusa che ha raggiunto il suo apice nel periodo posteriore alla Seconda Guerra Mondiale, quando è stata considerata dalla NATO l’ultima difesa contro una possibile invasione comunista. Quando, dopo il 1989, i Paesi della UE hanno avviato un progressivo processo di ristrutturazione che ha portato ad una progressiva concentrazione militare in pochi siti sostenibili sia economicamente sia logisticamente.
Il tema della presenza militare e la dismissione del suo comparto infrastrutturale in Friuli è stato affrontato dalla ricerca di Corde Architetti Associati ‘Un paese di primule e caserme’ (2011-2014) e dal saggio ‘Fortezza FVG’ curato da Moreno Baccichet (2015). Gli immobili militari costituiscono un patrimonio vasto, articolato e disperso, spesso abbandonato o sottoutilizzato, le cui strutture hanno influenzato il disegno territoriale, stabilendo o precludendo relazioni fra parti di territorio visibili anche dopo la loro dismissione. Dalla ricerca di Corde si evince che la superficie totale dei siti militari dismessi in Friuli-Venezia Giulia è pari a 9.811.245 mq. Ad oggi, a fronte di varie iniziative di matrice sia europea sia nazionale sono stati pochi i casi di riutilizzo portati a termine anche se la creazione, nel 2014, della task force di collaborazione tra Agenzia del Demanio e Ministero della Difesa sembrava aver promosso la razionalizzazione e valorizzazione del comparto militare in abbandono.

Figura 1 – L’ingresso carrabile sulla S.S. 13 Pontebbana all’ex Caserma Trieste a Casarsa della Delizia, dicembre 2021. (Fotografia di Luca M.F. Fabris)

La Caserma Trieste a Casarsa della Delizia

La Caserma Trieste e l’aeroporto Francesco Baracca sono sorti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale su parte del campo di aviazione per dirigibili realizzato nella Prima Guerra Mondiale. Il sottoutilizzo della caserma (235.000 mq di superfice) è cominciato nell’aprile 1991. Molte ipotesi sono state formulate per il riutilizzo della struttura, ma è stato grazie al workshop internazionale di progettazione promosso dal Politecnico di Milano (settembre 2015) e alla successiva presentazione dei risultati all’EXPO di Milano 2015, che la comunità locale ha mostrato un ampio interesse per un recupero che attivasse una trasformazione in grado di intercettare la ripresa economica migliorando il suo tessuto sociale.

Le ipotesi definivano processi per integrare la sostenibilità in un programma che comprendeva un museo del vino e un vigneto pilota, per promuovere l’agricoltura biologica, e un museo dedicato alla Guerra Fredda. Dopo il workshop, l’Amministrazione aveva avviato un iter burocratico attraverso la Commissione Paritetica Stato-Regioni per ottenere il passaggio della ex-caserma dal Demanio Militare all’Agenzia del Demanio, promuovendo in parallelo nuove attività didattiche e di ricerca con il Politecnico di Milano per definire attraverso progetti funzionali e inclusivi, quali avrebbero potuto essere gli scenari sostenibili pur in mancanza di risorse pubbliche e nel pieno della crisi immobiliare.

Oggi, in un momento di scelte strategiche legate anche alla disponibilità dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, sarebbe auspicabile il massimo concorso di tutti gli enti per assicurare il riassetto territoriale delle ex-aree militari. Le procedure di restituzione alle comunità degli immobili ex-Difesa dovrebbero inserirsi armonicamente nel disegno territoriale e urbano esistente con soluzioni ad hoc collegate a piani d’investimento innovativi che sappiano legare interessi d’impresa a esigenze locali.

Il brief progettuale proposto dal Politecnico di Milano all’Amministrazione casarsese per il futuro della ex-Trieste prevedeva, all’interno di un recinto poroso, un grande parco pubblico, un mix funzionale basato sulle potenzialità turistiche della Città del Vino e quelle di nuove imprenditorialità glocal. Il riuso della ex-caserma, date le sue dimensioni e le sue caratteristiche storiche, sarebbe divenuto un prototipo di rigenerazione integrato a un modello imprenditoriale neoindustriale privato. Un esperimento importante che sarebbe stato di stimolo per tante altre aree ex-militari nel nostro Paese.

Figura 2 – Vista dello stato attuale dell’interno dell’ex Caserma Trieste a Casarsa della Delizia, dicembre 2021. (Fotografia di Luca M.F. Fabris)

Dismissione della dismissione

E invece a sette anni da allora, in un quadro geopolitico internazionale grandemente mutato, l’importanza del confine nord-orientale della Repubblica Italiana, pur non costituendo più il confine ‘ultimo’ dell’Unione Europea ad oriente, sta assumendo un nuovo ruolo e il percorso di retrocessione dei diritti dei luoghi ex-militari alle comunità locali non appare più così certo. Di fatto le dismissioni militari sembrano farsi sempre più distanti, questo almeno è quello che può essere il sunto di alcune interviste realizzate per definire lo stato dell’arte dell’ex-Caserma Trieste.

In colloqui aperti e franchi con la dott.ssa Lavinia Clarotto, Sindaco di Casarsa e grande promotrice di una riqualificazione ampia e condivisa per la Trieste, giunge un resoconto che sa di delusione e anche di incredulità (interviste del 9 luglio 2021 e del 22 febbraio 2022). La grande area dismessa, dicono voci dalle Forze Armate, servirà all’ampliamento dell’aeroporto Baracca, che sarà dotato di una nuova pista per l’aeronautica leggera, 6 nuovi hangar e nuovi uffici. Ora, sull’onda dei venti di guerra alzatisi in seguito all’invasione dell’Ucraina, diventa quanto mai evidente l’importanza di un aeroporto specializzato non solo in aviazione leggera, ma anche in droni, che potrebbero tenere sotto controllo un confine ad Est che l’incertezza delle politiche internazionali ha fatto tornare alla prepotentemente ribalta. Queste sono considerazioni dello scrivente.

Quello che ci racconta la Sindaca riguarda la fine definitiva della parentesi delle Caserme Verdi, introdotto dal primo governo giallo-verde, che aveva individuato proprio nella ex-Trieste uno dei progetti da finanziare ed eseguire. E invece, con l’ampliamento dell’aeroporto e con l’arrivo di un nuovo contingente militare, si parla di oltre un centinaio di nuovi addetti, si evince solo che oltre la metà della superficie ora dismessa sarà riutilizzata e che la parte restante non verrà restituita alla comunità. Tutto rimane chiuso dentro quel muro che in tanti, da tanti anni, avrebbero voluto vedere cadere. Molti dei punti di forza che avevano fatto crescere e sviluppare la nostra collaborazione, di ricerca e didattica, prima col workshop, poi con scritti e progetti di tesi di laurea, si infrangono e sembra non possano avere soluzione nel prossimo futuro. Il tema del confine e dell’emergenza sembra essere l’unica caratteristica costante che regna su Casarsa. Siamo all’inizio della dismissione militare, una nuova stagione che richiederà ancora una volta l’uso di queste aree. Perché è evidente che è iniziata una nuova era dove la difesa strategica e il controllo dei confini (comunitari e NATO) diventano una necessità impellente in un quadro geopolitico che varia grazie all’inanellarsi di crisi globali sempre più complesse.

Figura 3 – “Un Parco per la Cultura a Casarsa della Delizia”, Tesi di Laurea Magistrale in Architettuta “OLTRE IL FILO SPINATO. Storie di abbandono e riutilizzo dei siti militari dismessi” di Edoardo Del Conte e Erica Nonis, relatore Luca Maria Francesco Fabris, Scuola di Architettura Urbanistica Ingegneria delle Costruzioni, Politecnico di Milano, dicembre 2018 (Render dell’intervento).
Luca Maria Francesco Fabris
Luca Maria Francesco Fabris
Architetto, dottore di ricerca e giornalista, è professore associato presso il Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, dove insegna Tecnologia dell’Architettura e Progettazione Ambientale e svolge ricerca su temi legati alla sostenibilità ambientale, all’architettura contemporanea e alle tecnologie compatibili legate al recupero dell’ambiente costruito.

Articoli correlati

Tra rigenerazione e riciclo. Il treno come dispositivo per l’avvio di nuovi cicli di vita: il caso della Val Venosta

In un mondo dominato dall’automobile, che ha ridotto lo spazio urbano a misura del codice della strada, è interessante discutere progetti di rigenerazione che migliorano la qualità dello spazio pubblico e collettivo, riorganizzano il sistema di accessibilità alle attrezzature pubbliche, integrano le reti di mobilità sostenibile e attiva con le reti verdi e blu, diventando concreta risposta ai cambiamenti climatici. di vita condivisibili, in grado di migliorare la vita quotidiana di residenti e al contempo interpretare il turismo come occasione per disegnare il futuro.

Digitalizzazione, aree marginali e nuove geografie del lavoro: oltre le (anti)retoriche

Il paradigma della smartness e dell’infrastrutturazione tecnologica è mobilitato nelle politiche europee come strategia onnicomprensiva di superamento dei divari, valutando come il “diritto alla connessione” si intersechi con nuovi flussi e reti delle geografie del lavoro in Italia, ridisegnate dal massiccio ricorso al lavoro da remoto durante la pandemia da Covid-19. In particolare, si valuta come, sul piano delle politiche, la digitalizzazione sia sempre più intesa non tanto come infrastrutturazione tecnologica ma catalizzatrice di processi di innovazione basati sul capitale umano.

Southworking, lavoro a distanza e nuovi luoghi del lavoro pubblici in Italia

La pubblica amministrazione ha adottato tre politiche a supporto degli spazi di coworking in Italia: le politiche del lavoro, di innovazione sociale e di sviluppo locale. La pandemia ha innescato una nuova domanda di spazi di lavoro pubblici sulla stregua delle esperienze di successo nel nord Europa. Privati cittadini hanno promosso la costituzione di ‘presidi di comunità’ ottenendo un sostegno pubblico. In questo contesto si inserisce l’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” che studia e monitora i presidi di comunità come luoghi in cui stimolare l’ecosistema creativo locale e instaurare un fertile rapporto tra la comunità dei south worker e le comunità locali.

Un intervento sulla propensione al South Working 

L’articolo analizza il fenomeno del south working che si è intensificato nel periodo di pandemia Covid-19 e descrive i risultati del contributo Di Matteo et al. (2021) sulla propensione dei lavoratori palermitani (dipendenti e autonomi) fuori regione a lavorare dal Sud (south working). L’analisi si avvale dell’indagine promossa a partire dal giugno 2020 dall’Associazione di Promozione Sociale “South Working-Lavorare dal Sud” a cui hanno risposto 650 lavoratori originari di Palermo. L’analisi empirica mostra che le motivazioni in favore del south working, da parte di coloro i quali prima della pandemia da Covid-19 avevano già una certa familiarità con il lavoro a distanza, possono essere ricondotte al genere (uomo vs. donna), status coniugale (essere in una relazione vs. single), grado di istruzione (alto vs. medio-basso) e tipo di impiego (lavoratori autonomi vs. dipendenti).

Flessibilità geografica del lavoro e politica della produzione: il South working e il ruolo della regolazione

La situazione emergenziale dettata dal Covid-19 ha posto numerosi lavoratori e datori di lavoro dinanzi alla possibilità di superare la tradizionale visione della prestazione del lavoro, contemplando non soltanto la flessibilità di natura oraria ma anche quella geografica. Nello scenario post-pandemico, questa tendenza continua a sollecitare riflessioni importanti, ad esempio sulle disuguaglianze o sul ruolo della regolazione quale tematica prescelta per il presente contributo: attraverso un più ampio spettro di attori, la regolazione può svolgere un ruolo importante affinché il lavoro da remoto e dal Sud sia un fenomeno (ancora) possibile ed equo al tempo stesso.