18 Gennaio, 2026

Un’Europa da abitare: economia sociale, territori e un nuovo progetto di vita

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La discussione sul futuro dell’Europa è tornata a essere eminentemente geopolitica. Le sue conseguenze più profonde non si giocano nei trattati o nei documenti strategici: si manifestano nei territori, nelle città, nelle periferie, nei piccoli comuni, negli spazi dell’abitare, del lavoro e della cura. È qui che le grandi tensioni globali come sicurezza, protezione, disuguaglianze,  diventano esperienza quotidiana ed è qui che si misura la tenuta democratica dell’Europa.

Se l’orizzonte che si profila è quello di un’Europa funzionale a equilibri disegnati altrove, più chiamata a “reggere” che a guidare, il rischio non è astratto: diventa un “rischio territoriale”. Un’Europa che accetta questo schema tende a produrre spazi più diseguali, città polarizzate, territori lasciati alla sola logica estrattiva o compensativa. La conseguenza è una democrazia sempre più fragile, perché vissuta come distante, inefficace, incapace di incidere sulla vita reale.

Da qui la necessità di un Piano B europeo che parta dai territori e dal modo in cui costruiamo le condizioni di vita. Un piano che non si limiti a rendere più “confortevole” la ricetta capitalistica, né solo ad ampliare la redistribuzione pubblica, entrambe cose necessarie ma insufficienti. In gioco c’è una prospettiva di sviluppo diversa, capace di rispondere alle spinte geopolitiche senza adattarvisi passivamente.

In questo quadro, le politiche urbane e territoriali non sono neutrali. La rigenerazione urbana, l’housing, le infrastrutture sociali, la gestione dei beni comuni possono diventare strumenti di inclusione e democrazia, oppure acceleratori di esclusione e rendita. Dipende dall’impianto di fondo. Il tema dell’affordable housing europeo, ad esempio, non può essere affrontato come semplice emergenza abitativa o come incentivo al mercato. È una questione di modello di città e di società: chi può abitare dove, a quali condizioni, con quali diritti di partecipazione.

L’economia sociale offre qui una chiave decisiva, non come perimetro settoriale ma come immaginario di sviluppo. Cooperative di abitanti, fondazioni di comunità, imprese sociali, partenariati pubblico-comunitari non sono solo strumenti operativi: propongono un’idea diversa di valore, in cui l’abitare, il lavoro e la cura non sono merci isolate ma pratiche collettive. È una competitività diversa, radicata, capace di tenere insieme sostenibilità economica e coesione sociale.

Perché questa visione possa attecchire, però, non bastano buone pratiche, serve allestire una nuova “scena” della trasformazione territoriale. Una scena fatta di politiche coerenti, competenze dedicate, modelli di governance che riconoscano i corpi intermedi come attori strutturali, non come stakeholder accessori. Serve un public procurement capace di premiare l’impatto territoriale e sociale, non solo l’efficienza di breve periodo. Servono strumenti finanziari pazienti, capaci di sostenere processi complessi e non solo progetti rapidi. Servono approcci e misure di valutazione (non software) che misurino la produzione di valore condiviso non la sola riduzione del danno.

In questo senso, l’esperienza degli ultimi anni – incluso il PNRR – mostra tutti i suoi limiti. Troppo spesso l’approccio è stato quello del “do no significant harm”, della mitigazione, dell’aggiustamento ex post. Ma la rigenerazione urbana e lo sviluppo territoriale richiedono un salto diverso: non ridurre gli impatti negativi, bensì progettare ex ante un’economia pubblica in cui la condivisione del valore e dei valori sia parte costitutiva.

Qui si innesta una questione di design politico e urbano cruciale: il design dei valori deve precedere il business plan del valore economico. Significa decidere prima che cosa conta e solo dopo costruire i modelli economici coerenti. Non il contrario. È una scelta profondamente politica, che riguarda il modo in cui immaginiamo la città e il territorio come spazi di vita e non solo di investimento.

Il Piano B europeo, visto dai territori, è dunque un progetto di life-making. Un progetto che riconosce l’economia sociale come infrastruttura democratica, capace di rigenerare fiducia, partecipazione e senso di futuro. Se l’alternativa è una democrazia sempre più spaventata e difensiva, la risposta non può che passare da qui: rendere i territori luoghi abitabili, giusti e desiderabili. Non come effetto collaterale dello sviluppo, ma come sua condizione.