18 Agosto, 2026

Quarto spazio e nuove geografie dell’abitare temporaneo

Tempo di lettura: 7 minuti

1. Dalla città funzionalista alle vite mobili. La città novecentesca è stata pensata per abitanti stanziali: si nasceva, si lavorava e si restava nello stesso luogo per gran parte della vita. L’urbanistica moderna ha tradotto questa biografia lineare in una zonizzazione funzionale composta da un luogo per ogni funzione e da un tempo per ogni luogo, collegati da una mobilità pendolare e da una permanenza territoriale di lungo periodo. Nel XXI secolo questa geografia si è dissolta come indagato da Moretti (2012), Coccia (2021) e una quota crescente di popolazione costruisce la propria esperienza urbana attraverso permanenze temporanee, appartenenze multiple e reti professionali distribuite. Studenti internazionali, ricercatori, imprenditori culturali e lavoratori remoti – con una prevalenza di giovani donne – condividono una condizione nella quale la città è piattaforma di opportunità e non solo luogo domestico, è luogo di sicurezza diffusa e non di presidi formali. Il valore urbano dipende sempre meno dalla concentrazione fisica delle attività e sempre più dalla capacità delle città di produrre connessioni variabili tra persone, conoscenze e istituzioni.

L’abitare stesso assume una natura dinamica: il domicilio non coincide più necessariamente con il luogo del lavoro, mentre la socialità si costruisce simultaneamente nello spazio fisico e nelle reti digitali e anche attraverso una crescente integrazione tra ambiente costruito e infrastrutture ecologiche. E se i nomadi digitali sono il fenomeno più evidente, anche gli abitanti permanenti Millennial e GenZ manifestano una maggiore fluidità di spazi e di tempi della vita urbana. La distinzione modernista tra primo spazio (casa), secondo spazio (lavoro) e terzo spazio (socialità) diventa, quindi, insufficiente a leggere questa nuova condizione.

Non basta più pianificare misure e collocazione dei primi tre spazi, ma occorre modificarli radicalmente, rendendoli più flessibili e manipolabili perché siano adattabili a domande e bisogni non più standardizzabili in una presunta omogeneità. Le vite nomadi chiedono case, luoghi di lavoro e spazi di convivialità completamente diversi e con caratteristiche non paragonabili con le forme e le misure dell’urbanistica convenzionale. 

2. Il quarto spazio come infrastruttura relazionale. Le nuove geografie dell’abitare contemporaneo richiedono un “quarto spazio” (Carta, 2026) non come un ulteriore luogo da aggiungere alla lista, ma una categoria più radicale. Se i terzi luoghi di Oldenburg (1989) restano spazi informali della socialità e il Thirdspace di Soja (1996) una categoria epistemologica nella quale esperienza, rappresentazione e immaginazione si intrecciano, il quarto spazio identifica ambienti flessibili nei quali abitare, lavorare/apprendere e socializzare/curare cessano di essere esperienze separate e vengono ricomposti in un’unica ecologia urbana. Non è ibridazione predefinita, ma miscela a geometria variabile che risponde a necessità non ancora prevedibili. Gli abitanti nomadi hanno esigenze di vita differenziate, esprimono desideri di relazioni e bisogni di cura completamente differenti da quelli permanenti e il significato stesso della prossimità, che non è più solo metrica ma relazionale, reclama la possibilità di accedere rapidamente a reti collaborative, comunità di pratica e spazi di confronto civico.

Il quarto spazio si manifesta quando integra almeno una porzione dei tre domini della vita urbana, genera capitale sociale, produce apprendimento e resta adattabile nel tempo: è questo criterio operativo, e non la sola varietà dei luoghi, a distinguerlo da una semplice infrastruttura sociale. Alcune esperienze europee mostrano il paradigma già in costruzione: la biblioteca Oodi di Helsinki integra servizi culturali, coworking e laboratori digitali; il distretto 22@ di Barcellona combina università, startup e residenze temporanee; il Marineterrein di Amsterdam trasforma un’ex base militare in laboratorio urbano permanente. Lisbona costruisce la propria competitività attraverso il Beato Innovation District, mentre a Parigi Flatmates, presso il grande incubatore Station F, propone un modello di co-housing nel quale abitare e lavorare diventano un’unica esperienza. Tallinn dimostra come anche le infrastrutture amministrative digitali possano contribuire alla costruzione del quarto spazio.

Pur diverse per scala, le migliori esperienze europee progettano ecosistemi anziché singoli edifici, integrano innovazione e spazio pubblico, e concepiscono l’attrattività come capacità di produrre relazioni più che come disponibilità di immobili. Queste esperienze mostrano che la qualità urbana dipende meno dall’estetizzazione dello spazio che dall’intensità delle relazioni che esso è in grado di attivare.

3. Palermo: un laboratorio mediterraneo. Palermo costituisce un laboratorio mediterraneo significativo per la pluralità dei luoghi, l’interazione tra politiche pubbliche e iniziative civiche e la crescente produzione culturale (Carta, 2023). Il riconoscimento ottenuto nell’Executive Nomad Index (Saville Research, 2025) come prima città italiana per attrattività verso i lavoratori mobili segnala l’emergere di un ecosistema fondato su patrimonio culturale, accessibilità economica, qualità urbana e infrastrutture collaborative: da Moltivolti a Magnisi a Crezi Plus fino all’Urban Center Sicilia, spazi diversi che non costringono i nomadi ad adattarsi a un’offerta predefinita ma si adattano alle loro necessità, sfuggendo così all’omologazione estetica dell’AirSpace (Chayka, 2016). A complemento, l’ampliamento dell’offerta internazionale degli atenei cittadini e il futuro Innovation Hub ai Cantieri Culturali provano a far germogliare, accanto all’innovazione nomade, anche quella locale.

Questa attrattività, però, rende urgente governare il rapporto con il diritto all’abitare. Il rischio non è la mobilità in sé, ma la trasformazione della città in un prodotto: affitti che crescono, abitazioni che si riducono, comunità storiche espulse. Il laboratorio Palermo produce anche analisi critiche (Crobe, Giubilaro,  2025; De Cantis et al., 2026), dibattito pubblico e proposte concrete per la mitigazione degli impatti negativi e la redistribuzione delle positività, come quelli promossi da Orbita, la casa della partecipazione nata da un patto di collaborazione tra il Comune di Palermo e alcune associazioni del terzo settore del quartiere della Kalsa (*).

Il quarto spazio assume, quindi, anche una funzione redistributiva, tenendo insieme strumenti che spesso restano separati: quote di edilizia sociale nei grandi interventi di rigenerazione del waterfront e del centro storico, patti di collaborazione per la gestione condivisa dei beni comuni, clausole di canone calmierato nelle convenzioni con operatori privati, monitoraggio degli affitti brevi nei quartieri più esposti alla pressione turistica. Nessuno di questi strumenti basta da solo e solo insieme compongono l’infrastruttura di giustizia spaziale che deve accompagnare quella dell’attrattività. È la differenza tra una città che si vende, dove il valore generato dall’attrattività si privatizza, e una città che si offre, dove il valore si redistribuisce: non è l’arrivo dei nomadi digitali il rischio, ma l’assenza di una politica capace di trasformare quell’arrivo in beneficio collettivo nel ridisegno di una urbanità.

Tabella 1. Dal paradigma funzionalista al paradigma relazionale

Il quarto spazio non è una nuova tipologia architettonica né un nuovo standard urbanistico, ma un paradigma interpretativo della città della possibilità e delle nuove forme mobili dell’abitare, così come la zonizzazione ha rappresentato il paradigma ordinatore della città industriale: dall’organizzazione delle funzioni alla costruzione di ecosistemi collaborativi, dalla misurazione della prossimità in termini metrici alla valutazione della capacità degli spazi di generare cooperazione, innovazione e appartenenza. In questo contributo il quarto spazio viene proposto come categoria interpretativa da sottoporre a dibattito scientifico e successiva verifica empirica attraverso casi studio e analisi comparative.

La sfida dell’urbanistica contemporanea non sarà più progettare città per popolazioni stabili o per nomadi digitali, ma costruire città capaci di trasformare la mobilità in capitale territoriale e le relazioni in una nuova infrastruttura dello sviluppo urbano, tenendo insieme attrattività e giustizia spaziale.


Note

* Cfr. “Casa dolce casa”, incontro promosso da Orbita, la casa della partecipazione il 22 gennaio 2026 (https://orbitapalermo.it/blog/report-dellincontro–casa-dolce-kalsa).

Approfondimenti

  • Carta, M. (2026). La città del quarto spazio. Milano: Mimesis.
  • Chayka, K. (2016) “Welcome to AirSpace: How Silicon Valley helps spread the same sterile aesthetic across the world”, in The Verge, online, Aug 3 (www.theverge.com).
  • Coccia, E. (2021). Filosofia della casa. Torino: Einaudi.
  • Crobe, S., Giubilaro, C. (2025). Oltre la città creativa. Ripensare le trasformazioni urbane a base culturale (d)a Palermo. Firenze: Editpress.
  • De Cantis S., Giubilaro C., Kahvand M., Picone M., Venturella L. (2026). Chi gestisce Airbnb a Palermo (e dintorni)? L’evoluzione del fenomeno degli affitti brevi tra il 2017 e il 2024. FULL – Future Urban Legacy Lab (https://full.polito.it/airmap/).
  • Moretti, E. (2012). The New Geography of Jobs. Boston: Houghton Mifflin Harcourt. (ed. it. La nuova geografia del lavoro. Milano: Mondadori, 2013).
  • Oldenburg, R. (1989). The Great Good Place. Cafés, Coffee Shops, Bookstores, Bars, Hair Salons and Other Hangouts at the Heart of a Community. New York: Paragon House.
  • Savills Research (2025), Executive Nomads 2025: Quality of Life Is a Priority in Location Choices, Savills Impacts.
  • Soja, E. W. (1996). Thirdspace. Journeys to Los Angeles and Other Real-and-Imagined Places. Oxford: Blackwell.